Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

un guerrigliero teatrale / quello che resta

Tratto dalla prima rappresentazione di “La superficie della lotta – Concerto per guerriglieri abbandonati”, di e con Ernesto Orrico (Sala SpazioTeatro, Reggio Calabria, sabato 24 marzo 2012). Riprese: Luciana Pensabene. Foto di scena: Aldo Valenti.

 

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the Cult of Fluxus in ConcettoConcerto

2014
21 novembre, Teatro della Maruca – Crotone
22 novembre, Teatro della Maruca – Crotone
10 dicembre, More/Teatro Morelli – Cosenza
13 dicembre, Ricrii, Teatro Umberto – Lamezia Terme (Cz)

2015
18 gennaio, Birreria 34 – Taurianova (Rc)

designed by Raffaele Cimino / Heidi Comunicazione

designed by Raffaele Cimino / Heidi Comunicazione

Flussi di coscienza che scendono giù vorticando e svuotandosi come quando togli il tappo ad una vasca piena d’acqua. Giochi di parole, ironia, pensieri in metrica, suoni elettronici, loop ossessivi, disturbi acustici.
The Cult of Fluxus è narrazione frammentata, parola detta a voce piena, parola urlata, straziata, distorta… che si fonde e confonde con la ricerca di linee melodiche di matrice soul e con loop e beat di diversa provenienza. Performance aperta all’improvvisazione e al cambio rapido di coordinate sonore.

Voci: Flavia Lisotti e Ernesto Orrico
Loop e potenziometri: Mattia Argieri

photo by Marco Ascrizzi

photo by Marco Ascrizzi

estratti dalla rassegna stampa:
Dub, elettronica, noise, electro, musica sperimentale, metal: sono tante le forme in cui si declina il Fluxus di Orrico, inclusi riff tenebrosi e ossessivi, il rock letterario alla Massimo Volume, un ambient rumorista. Le parole si inseguono, riverberano, inciampano sopra i tessuti musicali orditi dai vari artisti. Aver consegnato un pezzo a un solo musicista rende ciascuna traccia densa e peculiare.
Gianluca Veltri, Il Quotidiano della Calabria

Sembrano riunioni a due di autocoscienza davanti a uno specchio immaginario, con l’armamentario di chi ama così tanto la parola e le sue infinite possibilità da farla esplodere e deflagrare in tutte le direzioni possibili, specchio compreso. Che spesso, infatti, si frantuma.
Eugenio Furia, Corriere della Calabria

I testi recitati dall’attore-regista Ernesto Orrico sono flash di osservazione e denuncia, flussi di parole e giochi con la cultura alta e la cultura pop, stranianti come i suoni minimali, apocalittici, futuristici, vintage, concreti o immaginifici di cui musicisti delle più varie estrazioni li hanno vestiti – o spogliati – e andrebbero affrontati in un ambiente adatto che difficilmente, almeno per chi tende a distrarsi, possono essere la casa e le casse del computer. A meno che non si spengano tutte le luci e ci si trasporti in un teatro mentale.
Letizia Bognanni, Rockit

Pensieri ad alta voce sulla realtà che ci esplode intorno, schegge satiriche, polemiche, incazzose, nude. Un cut-up di quello che forse pensiamo tutti noi, in cerca di spiragli e motivazioni per resistere.
Vittore Baroni, Fb page

rockit:
www.rockit.it/thecultoffluxus

soundcloud:
soundcloud.com/thecultoffluxus

facebook:
www.facebook.com/pages/The-Cult-of-Fluxus/1434227326827689?fref=ts

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I dieci flussi di coscienza di Orrico / di G. Veltri

I dieci flussi di coscienza di Orrico
di Gianluca Veltri
rubrica Effetto note, Il Quotidiano della Calabria di venerdì 23 maggio 2014, pag. 48

Capita poi d’imbattersi in operazioni singolari, nate magari per caso, ma stimolanti, capaci di suscitare curiosità. Come “The Cult of Fluxus”. L’autore è Ernesto Orrico, attore, autore e regista teatrale cosentino, che ha sottoposto a trattamenti particolari dieci frammenti di scrittura a suo tempo pubblicati sul periodico “Fatti al Cubo”. Dieci monologhi, testi registrati e affidati a ciascuno a dieci musicisti diversi, senza alcun vincolo che non fosse la loro libera espressività. Tante forge per un’unica officina finale. Ne sono nate dieci tracce, per nulla slegate nonostante la natura eterogenea delle rispettive genesi, che compongono “The Cult of Fluxus”, pubblicate solo in digitale e ascoltabili sulla piattaforma musicale Soundcloud. Ispirato dall’esperienza del gruppo artistico neodadaista Fluxus degli anni 60, il lavoro di Orrico, annunciato dal singolo e video “Rinunciare alla fine”, rivendica l’interdisciplinarietà e lo sconfinamento delle forme artistiche. Si presta quindi, come forma aperta per eccellenza, a essere riproposta e riletta in versioni dal vivo cangianti quanto mai. La pubblicazione delle tracce musicali è contemporanea all’uscita, a parte, del libro “The Cult of Fluxus” (ed. Eranti) che contiene i testi dei frammenti. Dub, elettronica, noise, electro, musica sperimentale, metal: sono tante le forme in cui si declina il Fluxus di Orrico, inclusi riff tenebrosi e ossessivi, il rock letterario alla Massimo Volume, un ambient rumorista. Le parole si inseguono, riverberano, inciampano sopra i tessuti musicali orditi dai vari artisti. Aver consegnato un pezzo a un solo musicista rende ciascuna traccia densa e peculiare. Il polistrumentista Gianfranco De Franco ha riflettuto “su come spezzettare la traccia” introducendo “effetti che hanno reso la voce più strumentale”. Il compositore Luigi Porto ha registrato da New York fraseggi che riproducessero “un’atmosfera fumosa di disagio”; Marco Orrico (dei Camera 237) ha “tirato fuori la parte più elettronica” di sé per creare un flusso continuo di coscienza, e così via. A comporre la decina sono intervenuti Cristian Rosa (cantante dei Gripweed), Massimo Palerno (Brunori SAS), i dj Robert Eno, Vlad “Kaya Dub” Costabile, Francesco Cristiano, il chitarrista metal Raffaele Fata e l’artista visivo Sergio De Luca.

TCOF occhi

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THE CULT OF FLUXUS – F#3 Rinunciare alla fine

The Cult of Fluxus è forma poetica aperta, è sperimentazione di possibilità sonore, è tentativo di sopravvivenza artistica, è autoproduzione digitale spinta.

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The Cult of Fluxus

Artwork by Fabio Gaudio

parole e voce: Ernesto Orrico

F#1 Mancano tante cose / Luigi Porto

F#2 Finestra sull’astrazione / Cristian Rosa

F#3 Rinunciare alla fine / Marco Orrico

F#4 Un partigiano sbagliato / Francesco China Cristiano

F#5 4 dicembre 1912 / Sergio De Luca

F#6 I palombari della storia / Raffaele Fata

F#7 Il teatro è caduto / Massimo Palermo

F#8 Conosciamo le nostre possibilità / Vlad KayaDub Costabile

F#9 Ragazzo dannato nel bagno / Gianfranco De Franco

F#10 La mia città è il mio sangue / Robert Eno

 

Edizione digitale: soundcloud.com/thecultoffluxus

Fluxus è la rubrica di scrittura automatica che pubblico sul periodico Fatti al Cubo. Ho affidato i primi 10 frammenti, registrati in voce, a musicisti e/o dj e/o manipolatori di suoni che hanno operato i diversi trattamenti sonori. The Cult of Fluxus è il risultato. (Ernesto Orrico)

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Motus in the Fire

il teatro esiste / il teatro vivente / il teatro resiste / il teatro presente / spogliato / crudo / asciutto / che parla dritto / che fa poesia di luce / che fa concerto di rumore / che è corpo pronto / che la barriera è infranta / che il respiro è unico / che la carne è tesa / che il sudore è caldo / che il sangue è freddo / ancora Antigone / ancora presenza / gesto secco / contro il potere / ancora non violenza / ancora rivoluzione / possibilità / tensione / scatto / figura / il teatro documento / foglio antico di Sofocle / parola nuova deterritorializzata / la scena / il suo tempo / l’azione / il fronte / il nostro scorrere / il fuoco / l’odore / il campo / la città è scossa / di nuovo / ancora / sempre / la fine è lontana.

 

2 nov 2013 / dopo la visione di Alexis. Una tragedia greca / Motus / Teatro Morelli. Progetto More. Cosenza.

 

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Prefazione alla raccolta di racconti “Sciugarfrì”

Prefazione di Ernesto Orrico alla raccolta di racconti “Sciugarfrì” di Rosario Mastrota, edita da Loquendo.

Rosario Mastrota è un attore di teatro. Non solo, è un autore di teatro. Sì ma scrive anche racconti. O sono i suoi testi teatrali sotto mentite spoglie? Semplicemente tutte queste cose e altre ancora. Mentre scrivo, sfoglio la sua raccolta di poesie Chiassi e ricordo il delizioso e acerbo cortometraggio Rosso. Per dirla in breve, e senza girarci ulteriormente intorno, Rosario è uno scrittore. Uno che il mondo lo affronta in punta di penna. Uhm no di questi tempi forse si potrebbe dire, in punta di tastiera.
Scrivere, riscrivere, modificare, cancellare, adattare e via così a cercare spazio nell’angusto mondo della “produzione culturale” italiana. Perché anche di questo si tratta, farsi spazio, erompere con personalità e gusto in questo mare magnum di italiani tuttiautori, tuttiregisti, tuttiattori, tuttimusicisti, tuttipolitici, tuttitutto. È la contemporaneità baby e tu non puoi farci niente. Puoi solo abitarla con coscienza o indifferenza, con disincanto o attaccamento morboso e Mastrota nei suoi scritti la contemporaneità decide di attaccarla proprio alla gola. Prima la acchiappa in maniera morbida immergendo il lettore in scenari che appaiono consueti, consegnandogli personaggi che pare di conoscere da sempre, ma all’improvviso arriva il morso dell’autore e tutto cambia. Quella che sembrava una realtà conosciuta, familiare, rassicurante e definita diventa abisso, caduta in una realtà geneticamente modificata, aumentata di estrogeni narrativi, gonfiata da artifici linguistici che arrivano diritti diritti dal mondo dei media. Dalla televisione, madre-cagna di una generazione che negli anni ’80 e ’90 del Novecento si è nutrita alla sue oscene, voluttuose e calde mammelle.
E non è forse questo il compito della letteratura? Altrimenti ci troveremmo davanti alla cronaca, magari anche ben fatta, ben scritta, minuziosa e precisa, ma quando leggiamo un racconto, un romanzo, una fiction cosa cerchiamo veramente? Un inabissamento, una caduta verticale in un buco nero che paradossalmente è lì per svelarci la complessità del mondo che respiriamo, per costringerci ad aprire gli occhi, un buco nero che acceca con la sua potenza, che dopo lo stordimento del buio ti rivela la luce della conoscenza, quella vera, quella che solo la fantasia più sfrenata è capace di animare. È una realtà problematizzata, quella che si para davanti all’occhio di chi legge questi racconti, per il lettore, le certezze si smontano e gli interrogativi si moltiplicano, la catarsi è allontanata inesorabilmente, e il gusto post-moderno, gravido di confusione stilistica e formale, conduce verso una narrazione come forma di conoscenza.
Questi scritti sono come fari accesi sulla società italiana degli ultimi anni, c’è tanto territorio, ci sono i nostri spazi comuni, le nostre vie, le nostre case, le nostre piazze, dalla provincia alle città, passando dalle amate montagne del Pollino si srotolano davanti ai nostri occhi frammenti spaziali popolati da personaggi che esplodono fuori dalla pagina per ricordarci il nostro vicino di casa taciturno, la nostra compagna di scuola persa di vista, il nostro lontano parente da tutti definito “pazzo”… o semplicemente per metterci davanti parti di noi stessi, noi sempre più precari, sempre più attaccati alla possibilità di sopravvivere solo grattando un biglietto o prendendo un aereo per fuggire in Australia.
Oppure sognare, sembra essere questa l’altra chiave di lettura che Mastrota traccia sulla carta, sogni allucinati dagli esiti ora comici e rassicuranti ora violenti e tragici. Una ricerca continua dello spiazzamento, del colpo teatrale, ancora della luce che stordisce o rivela; forte della sua pratica di palcoscenico, l’autore dissemina i suoi racconti di scene in cui la quarta parete è inesorabilmente abbattuta, ci porta dietro le quinte e ci fa respirare la stessa aria degli attori/protagonisti dei suoi scritti. In quest’epoca di crisi economica strisciante, in cui l’investimento economico per produrre teatro va via via assottigliandosi, l’autore teatrale trova il modo di produrre i suoi spettacoli, una produzione a bassissimo costo manifatturiero e ad altissima intensità culturale, il racconto.
Non ci troviamo difronte a testi intimisti e autoreferenziali, anzi, questi racconti sono tutti proiettati verso fuori, anche quelli dove l’attività onirica dell’autore è più evidente/invadente, nella gran parte si ritrovano elementi “critici” riferibili alla società contemporanea, come piccole pietruzze messe lì a fermare l’ingranaggio narrativo e a riportare il lettore ad un ricordo, ad un immagine che riguarda in maniera prepotente qualcosa di già visto, di già vissuto, ma filtrati attraverso la lente deformante dell’invenzione finzionale e ci si ritrova sbattuti davanti ad un mondo in cui più nessuna famiglia è normale, in cui ogni nucleo sociale è vittima di un errore di sistema, in cui ogni individualità è sottoposta ad un fallimento ineluttabile.

Ernesto Orrico

 

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Fluxus tematico / Del teatro dello spettacolo

Fluxus tematico / Del teatro dello spettacolo

Qual è la vita media di uno spettacolo teatrale. In Italia? Nel mondo o in Calabria? Ma di che tipo di spettacolo teatrale parliamo? Quanti teatri esistono? Quanti tipi? Quanto costa mettere in piedi uno spettacolo? E quanto costa metterlo sdraiato? Comodo. Parliamo di tempo, denaro e vite umane. Quante repliche si devono considerare per definire compiuta la sua vita di spettacolo? E una volta morto può essere riesumato? E il cast rinnovato? E la regia rivoltata? Parliamo anche di uno zombie teatro. E dove devono essersi svolte le repliche? Teatri. Anfiteatri. Auditorium. Stadi. Piazze. Vicoli. Certi campetti. Certi posti strani. Certi ristoranti. Certi villaggi. Quanti attori sono necessari nel nostro allestimento tipo? E i monologhi devono essere considerati a pieno titolo spettacoli? La scenografia deve esserci? Quanta parte del budget deve essere destinata alla scenografia. Budget? Quale budget? Cos’è un budget? Buh. E se c’è solo una sedia? O quattro sedie? Torniamo agli attori. Altrimenti di che teatro parliamo? Evochiamo Gordon Craig. No. Torniamo agli attori. Quanto costa un attore al mercato degli attori. Ci sono delle bilance specifiche? Chi decide l’unità di misura? Devono gli attori essere misurati o devono avere un ego smisurato? Gli attori includono le attrici. E viceversa. Le attrici e gli attori includono. La paga. Il rimborso spese. La trasferta. Il vitto. La diaria. L’alloggio. Essi vivono. Tutto incluso. Essi sopravvivono. Come si vestono gli attori? Le scarpe sono uguali fuoriscena? Parliamo dei costumisti. Anzi no. Lasciamo la questione sullo sfondo. Fondali e quinte. Trovarobato. Ma le compagnie che vita fanno? Si dividono gli introiti. Si dividono le perdite. Cooperano i soci. Si alleano. Fanno pigna. Fanno muro. Fanno lobby. O è solo un hobby? Parliamo dell’hobby del teatro. O è amore. Amatoriale Italia. È hardcore popolare. Fare teatro è alla portata di tutti. Come il sesso. Ma c’è sesso e sesso e c’è teatro e teatro. Fare teatro è una porcata per tutti. Come il mestiere più antico. Il mestiere questo mistero. Ma nelle compagnie si fanno orge? Non ci sono più le ammucchiate di una volta. Siamo ad un teatro onanista. Si viaggia leggeri. Nelle utilitarie su e giù per la penisola. Donne e uomini a nolo in auto fittate per repliche vendute o solo prestate. Per non avere troppi pensieri. Per essere liberi. Liberi di essere artisti autori scrittori cantautori musicisti cabarettisti autonomi. Tutti drammaturghi. A scrivere la scena. A disegnare la scenografia. A dirigere la coreografia. Tutti con il dito a digitare. Prendere di qua spostare di là. Copia. Incolla. Prendi una parte di Shakespeare (che va su tutto) shakera bene con due parti di Pasolini (che aveva previsto tutto) e l’ultima parte prendila dal quotidiano (che ci ritrovi tutto). Sbobina il registrato della vicina. Prendi le urla al mercato. I rumori della lavanderia. O intervista gli attori. Cosa facevi nel tuo tempo libero durante l’adolescenza? Andavi al centro commerciale o stavi nel quartiere? Quando hai baciato la prima volta un uomo una donna un animale? Quando hai fatto sesso per la prima volta? E l’anale? Ma torniamo al principio. Qual è la vita media di uno spettacolo teatrale? Cosa occorre fare per replicare? Vincere. Convincere. Entusiasmare. Perseverare. Entrare. Supplicare. Anelare. Insistere. Reiterare. Hai preparato il video. Il teaser. Lo spot. Il frammento. L’integrale. Hai il servizio fotografico professionale. E allora cosa occorre fare? Replicare. Incontrare il pubblico. Ascoltare quel respiro. Inspiegabile. Puoi solo capire. L’essere trasparenti. L’essere nudi. Aspettare il suono delle mani. Interpretare. E cercare gli occhi. Quanti occhi possono bastare? Domande. Frasi. Connessioni. Giochi di parole. Reiterazioni. Ripetizioni. Flussi. Parliamo di formazione. No. Parliamo di professione. No. Parliamo di scritture. No. Non nominare il teatro invano. Non nominare il direttore di compagnia. Non nominare l’organizzatore. Non nominare invano. Il teatro. Non nominare l’amministratore. Non nominare il testo. Stai muto. Ingoia asciutto. È solo aria. Prepara. Rimanda. Rinuncia. Denuncia. Fai i nomi. I grandi nomi. Domande. Fasi. Disconnesse. Giochi le parole. Reiterazioni. Ripetizioni. Flussi. Tu che lavoro fai per fare teatro? Tu che prezzo paghi?

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Jennu brigannu in New York

brigands or storytellers? (photo by Angelo Maggio)

IN SCENA! Italian Theatre Festival

*June 16 – 5- 6PM – DiCapo Opera
(184 East 76th Street, NY)

6 PM: Jennu Brigannu (Once Upon a Time there were Brigands)
by Vincenza Costantino, artistic collaboration Nino Racco, directed by Ernesto Orrico.
With Dante de Rose, Manolo Muoio, Ernesto Orrico.
Produced by Teatro della Ginestra.

*June 18 – 6PM – Calandra Italian American Institute
(25 West 43rd Street, 17th Floor, New York, NY)
Panel/Performance: Travelling theater: the use of language in theater. Performances by Teatro della Ginestra and Francesco Foti.
Moderated by Lucia Grillo.

Teatro della Ginestra
“Jennu brigannu. Once Upon a Time there were brigands”
by Vincenza Costantino
with Dante de Rose, Manolo Muoio, Ernesto Orrico
directed by Ernesto Orrico

Three chairs, Three men. May be a door in the background, the door of an ordinary wine store (somewhere in a village road). The Three men stand in front of this imaginary door, talking about a topic in freefall: brigandage in south Italy. They talk about it deploying their knowledge and the ways they are capable of, mixing the Great History of the Unification of Italy with the stories reported by unknown or invented testimonies, weaving hagiographic chronicles, and slanders, legends and documentary or photographic materials, not without a little bit of carefree “hearsay”.
The text is a polyphony that takes into account both the voices pro and cons of banditry, with the aim of revealing the limitations hidden inside a Manichean interpretation of the phenomenon. The robbers were not only scoundrels and not only legend heroes, before all they were men who had chosen or been forced to choose staying out of the law and the so-called civilized community, paying the highest price for this. Next to well known stories that became part of popular culture, there are stories of many nameless people, who have turned into bandits to follow a dream, an ideal, for a revenge, a cause of honor, or just to escape hunger.
So the tale unfolds into a fragmented and contradictory story, which runs beside the official one and the vicissitudes of contemporary Calabria. The dialogue between past and present is continuous, the clear chronology of events gives way to poetry, historical documents trespass in the delirium and dreams of whom really lived brigandage by proxy, without acting, without choosing, but going on telling about it, somehow, celebrating it.
In this pièce, the way of acting is simple, without any artifice, everything is based upon “the word”, upon the capacity of actors to give body and voice to small narrative fragments in a continuous piling up of styles and dialects, with a deep desire of an inward looking tale, to take one’s breath away by remembering names, characters, stories …

Vincenza Costantino has curated publications such as “Teatro in Calabria 1870-1970” and “Tra dramma e vita, il teatro di Antonio Spadafora.” She has also written plays such as “Sulle acque sui rovi, storia di San Francesco di Paola” (published by Le Nuvole in 2007) and “L’emigrazione è puttana.” She has taught several courses in Media and Communication at the University of Calabria.

TEATRO DELLA GINESTRA – Founded in Cosenza, Calabria, in 1995 by actor/director Dante de Rose and dancer/choreographer Antonella Ciappetta, Teatro della Ginestra is one of the most innovative and important theater producers in the South of Italy. They also organize “Indipendentemente Teatro”, a festival dedicated to the young production companies in the South of Italy, and “Esplorazioni,” a series of professional workshops for actors and dancers.

http://www.inscenany.com/festival-2/events/jennu-brigannu-once-upon-a-time-there-were-brigands

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le repliche di aprile – #neoeroina e Jennu brigannu

#neoeroina
di Ernesto Orrico
con Maria Marino
produzione Zahir

18 aprile / Castrovillari / Teatro Sybaris
19 aprile / Cosenza / Franz Teatro

#neoeroina

—-

Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi

di Vincenza Costantino

con Dante de Rose, Manolo Muoio, Ernesto Orrico, Silvio Stellato

regia di Ernesto Orrico

produzione Teatro della Ginestra

20 aprile e 21 aprile / San Fili / Teatro Gambaro

Jennu brigannu

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