Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

La mia idea. Memoria di Joe Zangara

di e con Ernesto Orrico 

composizioni originali eseguite dal vivo da Massimo Garritano

collaborazione artistica: Emilia Brandi

realizzazione scena: Ernesto Orrico e Antonio Giocondo

foto originali presenti nella scena: Matteo Ianni Palarchio

luci e audio: Antonio Giocondo

amministrazione: Alessandra Fucilla

ringraziamenti: Max Mazzotta, Paola Scialis e Stefano Cuzzocrea, Dam/Entropia Unical

 Chi è Giuseppe “Joe” Zangara? Un emigrante insoddisfatto della sua vita, un freddo assassino, un anarchico un po’ naif, un insolito comunista, un lucido protagonista del suo tempo o un uomo solo e disperato? Il testo presentato nello spettacolo/concerto “La mia idea” prende liberamente spunto dal memoriale che lo stesso Zangara scrive pochi giorni prima di essere giustiziato nel penitenziario di Raiford in Florida. Un racconto in prima persona della vita del piccolo emigrante calabrese che, attentando alla vita del presidente degli Stati Uniti Franklyn Delano Roosvelt, avrebbe potuto modificare il corso della storia. Il suo “delitto contro lo Stato” viene punito con un “delitto di Stato”, a 33 anni muore fulminato sulla sedia elettrica, il 20 marzo del 1933. La lingua del personaggio-Zangara è un italiano imbastardito dal dialetto reggino e ibridato da numerosi intercalari in inglese-americano, una costruzione linguistica che cerca una verità teatrale non necessariamente sovrapponibile alla verità del personaggio storico. Non c’è il tentativo di una ricostruzione filologica della personalità di Zangara, piuttosto, attraverso l’intreccio tra voce monologante e le sonorità degli strumenti a corda, si esercita la possibilità di animare la (auto)biografia sentimentale di un condannato a morte. La vicenda narrata è emblema e pretesto per far emergere le storie di una umanità dolente accomunata dall’emigrazione, le storie di uomini e donne senza nome che non hanno raggiunto il ‘sogno americano’, e che nel tentativo di raggiungerlo si sono scontrati con ostacoli insormontabili, con difficoltà che li hanno condotti verso esiti tragici. (Ernesto Orrico)

 Mi sono avvicinato a questo lavoro con discrezione, cercando di evitare interventi didascalici e favorendo un punto di vista evocativo. Io sono, a volte, Joe Zangara: il suo dolore, la sua rabbia, i suoi pensieri. Ma sono anche ciò che lui incontra, vede, osserva, tocca. I due strumenti che utilizzo ― il bouzouki e il dobro, meglio conosciuta come chitarra resofonica ― non vengono usati in maniera ortodossa ma servono piuttosto per dare una collocazione spazio-temporale alla storia e al personaggio. Il bouzouki, strumento di origine greca, rimanda al Mediterraneo e quindi in un certo senso alla Calabria. La chitarra resofonica, invece, è strumento proprio degli Stati Uniti, costruita intorno gli anni ‘20, contemporaneamente alle vicende del protagonista. Nel corso dello spettacolo mi ritaglio momenti di libera improvvisazione, reagisco agli impulsi emotivi che la storia emana attraverso l’interpretazione dell’attore, intervenendo in punti sempre differenti e con un approccio non convenzionale. (Massimo Garritano) 

date 2019

4 maggio // Piccolo Teatro Popolare, Tarsia

11 maggio // Teatro dell’Acquario, Cosenza 

date 2018

2 febbraio // IAC Centro Arti Integrate, Matera 

18 marzo // rassegna Zero/Casa della Musica, Lungro

29 luglio  // Radici e Ali, Paola, Cosenza

8 agosto // La fabbrica del tempo, Albidona

28 agosto //  Estate Florense, San Giovanni in Fiore

date 2017

3 febbraio // Teatro della Maruca, Crotone

5 febbraio // SpazioTeatro, Reggio Calabria 

12 febbraio // ZTN, Napoli

16 marzo // Cafè Retrò, Lamezia Terme, Catanzaro

30 marzo // AP Accademia Popolare, Roma

4 maggio // Casa Italiana Zerilli-Marimò, InScena Italian Theater Festival, New York (USA) 

7 maggio // Brick Theatre (Brooklyn), InScena Italian Theater Festival, New York (USA) 

21 maggio // Ricetto degli Enotri, Tortora

28 settembre // InScena Fall – Stony Brook, New York (USA) 

01 ottobre // InScena Fall – Bernie Wohl Center at Goddard Riverside, New York (USA)

date 2016

1 maggio // iCappuccini, Belmonte Calabro

21 luglio // Villa Rendano, Cosenza

1 agosto // Innesti Contemporanei, Squillace 

2 agosto // Face Festival – Parco Ecolandia, Reggio Calabria

23 agosto // Teatro d’aMare, Tropea 

19 ottobre // Giardino delle Esperidi, Zagarise

23 ottobre // Progetto More / Castello Svevo, Cosenza

link portfolio Matteo Ianni Palarchio: http://www.jpmat.net/zangara

Orrico, con la sua forza espressiva, diventa l’uomo Zangara. E lo fa costruendo sapientemente un testo che non ha momenti di stanca, che ci porta nel suo percorso tra la provincia italiana d’inizio Novecento e l’America roosveltiana, facendoci en- trare nelle atmosfere dell’Italia rura- le e della vita dei migranti, grazie an- che a un ricercato studio sul linguaggio. E poi la musica: elemento che, con intensità, si interseca alla perfezione con la storia e che, grazie all’intensa performance di Massimo Garritano, trasporta lo spettatore nel viaggio dalla Calabria all’America, con l’utilizzo del bouzouki, che rimanda a sonorità magnogreche, e del dobro, chitarra tipica degli anni Venti, suo- nata come una lira.

Paola Abenavoli, Hystrio

In ambito teatrale ha riscosso gran successo il monologo di Ernesto Orrico tratto dalle memorie di Joe Zangara; l’anarchico calabrese nato a Ferruzzano (RC) ed emigrato in USA, che in cerca di una affermazione personale progetta di uccidere il Presidente Franklyn Delano Roosevelt e il 20 Marzo 1933 viene giustiziato sulla sedia elettrica nel penitenziario di Raiford, in Florida, a soli 33 anni. Tragedia e umorismo grottesco mescolati con abilità e contrappuntati dalla chitarra di un musicista di grazia.

Stefano Angelucci, Articolo 21

Molto interessante la mise en espace dell’esperto Ernesto Orrico “La mia idea” (al bouzouki e dobro l’intenso chitarrista Massimo Garritano, è appena uscito il suo cd “Present”), ritratto interiore partecipato di Joe Zangara emigrante calabrese che sparò a Roosevelt, condannato alla sedia elettrica. Un racconto vivido tra italiano, calabrese e slang inglese di strada, anticapitalista, dalla parte degli ultimi e degli sfruttati, una lotta di giustizia e uguaglianza con sullo sfondo il conflitto con un padre autoritario e violento e un mal di stomaco che non se ne vuole andare.

 Tommaso Chimenti, Il Fatto Quotidiano

Accanto all’attore, solo due pannelli con foto originali (accanto a quelle di repertorio) realizzate da Matteo Ianni Palarchio, fotografo calabrese che attualmente vive a New York, e il musicista Massimo Garritano accompagnano questo racconto scritto e recitato in maniera magistrale. (…) Quando lo realizza, Zangara/Orrico si veste di forza, una forza buona e discreta, la forza del giusto e di colui che non ha un solo modo di dare vita alla sua protesta, cancellando quello che si presenta come la prima fonte dei suoi problemi.

Laura Caparrotti, La Voce di New York

L’attore e regista Ernesto Orrico, restituisce dell’attentatore un ritratto umano col suo La mia idea – Memorie di Joe Zangara, monologo che concluderà il tour estivo il 23 agosto a Tropea per la rassegna Teatro d’aMare. Il lavoro, accompagnato dalle musiche originali eseguite dal vivo da Massimo Garritano, parte dal memoriale (contenuto nel libro di Blaise Picchi e curato nella traduzione italiana da Katia Massara) che l’uomo ha scritto prima di essere giustiziato il 20 marzo 1933.

Simona Negrelli, Tempo di Lettura

Ernesto Orrico e Massimo Garritano compiono un piccolo miracolo. Riescono con le parole, i gesti e la musica a trascinare lo spettatore in un viaggio spazio-temporale che oscilla tra la Calabria e gli States tra i primi del Novecento e l’avvento del Fascismo, dei totalitarismi e della grande crisi americana del ’29. Aiutati da Emilia Brandi e da Antonio Giocondo alla parte tecnica, la coppia inedita Garritano- Orrico propone una lettura della nostra terra e della società della prima parte del Novecento tutt’altro che stereotipata. 

Andrea Bevacqua, blog 

Un viaggio variegato dai campi della Calabria, alle industrie di seta di Paterson, fino al caldo torrido di Miami, percorso insieme a bouzuchi e il dobro, strumenti del fedele Garritano. Una sinergia artistica, tra l’attore ed il musicista che, dopo anni, si è concretizzata lo scorso marzo. Un lavoro intenso di dialogo serrato e commento in musica. “Come se ci fosse un altro Zangara – spiega l’autore – che, attraverso il suono, ripercorre dolore, pensieri e patimenti”.

Gabriella Lax, Laxstyle

foto di Vincenzo Provenzano

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Ernesto Orrico in “Va pensiero” del Teatro delle Albe

foto Silvia Lelli

Va pensiero

di Marco Martinelli

ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

in scena 

Ermanna Montanari, Alessandro Argnani, Salvatore Caruso, Tonia Garante, Roberto Magnani, Mirella Mastronardi, Ernesto Orrico, Gianni Parmiani, Laura Redaelli, Alessandro Renda

con la partecipazione del Coro lirico Alessandro Bonci di Cesena nell’esecuzione di alcuni brani dalle opere di Giuseppe Verdi

per le repliche di Milano e Bergamo, sostituito dal coro “Gli Harmonici” di Bergamo diretto dal Maestro Fabio Alberti

arrangiamento e adattamenti musicali, accompagnatore e maestro del coro Stefano Nanni

incursioni sceniche Fagio, Luca Pagliano

scene Edoardo Sanchi

costumi Giada Masi

disegno luci Fabio Sajiz

musiche originali Marco Olivieri

suono Marco Olivieri, Fagio

consulenza musicale Gerardo Guccini

editing video Alessandro Renda

assistente alle scene Carla Conti Guglia

tecnico luci Luca Pagliano

macchinista Danilo Maniscalco

elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Dennis Masotti

direzione tecnica Fagio

sartoria Laura Graziani Alta Moda

capi vintage A.N.G.E.L.O.

fotografie dello spettacolo Silvia Lelli

ufficio stampa Rosalba Ruggeri, Alessandro Fogli, Silvia Pacciarini

organizzazione e promozione Silvia Pagliano, Francesca Venturi

 produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro delle Albe / Ravenna Teatro

 

date:

Teatro Storchi Modena 

23 novembre 2017 (prima nazionale)

Teatro dell’Elfo, Milano

9 gennaio – 14 gennaio 2018

Creberg Teatro, Bergamo

18 gennaio – 21 gennaio 2018

Arena del Sole, Bologna

22 febbraio – 25 febbraio 2018

Teatro Bonci, Cesena

1 marzo – 4 marzo 2018

Teatro Comunale Ferrara

23 marzo – 25 marzo 2018

Teatro Verdi Pordenone 

9 novembre – 10 novembre 2018

Teatro Argentina Roma

13 novembre – 18 novembre 2018

Teatro Verdi Pisa

2 febbraio – 3 febbraio 2019 

Teatro Astra Torino

14 marzo 2019 – 17 marzo 2019

Teatro Ariosto Reggio Emilia

22 marzo 2019 – 24 marzo 2019

Teatro Fraschini Pavia

29 marzo – 31 marzo 2019

Teatro Alighieri Ravenna

13 marzo – 14 marzo 2020

Teatro Giovanni da Udine 

21 marzo 2020

Teatro Il Rossetti Trieste

24 marzo – 25 marzo 2020

Teatro Sociale Trento

28 marzo 2020

Teatro Sociale Brescia

31 marzo – 1 aprile 2020

 

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Muoio e Orrico in “Jennu brigannu” 2016

giovedì 4 febbraio, Teatrocastro, Amantea (CS)

venerdì 5 febbraio, Teatro della Maruca, Crotone

sabato 6 e domenica 7 febbraio, SpazioTeatro, Reggio Calabria 29

venerdì 29 luglio, iCappuccini, Belmonte (CS)

venerdì 12 agosto, teatro in piazza, Albidona (CS)

 

jb loca web

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antiCabarè con Ernesto Orrico al DAM microteatro

ernesto antiCabarè

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The Cult of Fluxus

Artwork by Fabio Gaudio

parole e voce: Ernesto Orrico

F#1 Mancano tante cose / Luigi Porto

F#2 Finestra sull’astrazione / Cristian Rosa

F#3 Rinunciare alla fine / Marco Orrico

F#4 Un partigiano sbagliato / Francesco China Cristiano

F#5 4 dicembre 1912 / Sergio De Luca

F#6 I palombari della storia / Raffaele Fata

F#7 Il teatro è caduto / Massimo Palermo

F#8 Conosciamo le nostre possibilità / Vlad KayaDub Costabile

F#9 Ragazzo dannato nel bagno / Gianfranco De Franco

F#10 La mia città è il mio sangue / Robert Eno

 

Edizione digitale: soundcloud.com/thecultoffluxus

Fluxus è la rubrica di scrittura automatica che pubblico sul periodico Fatti al Cubo. Ho affidato i primi 10 frammenti, registrati in voce, a musicisti e/o dj e/o manipolatori di suoni che hanno operato i diversi trattamenti sonori. The Cult of Fluxus è il risultato. (Ernesto Orrico)

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Fluxus tematico / Del teatro dello spettacolo

Fluxus tematico / Del teatro dello spettacolo

Qual è la vita media di uno spettacolo teatrale. In Italia? Nel mondo o in Calabria? Ma di che tipo di spettacolo teatrale parliamo? Quanti teatri esistono? Quanti tipi? Quanto costa mettere in piedi uno spettacolo? E quanto costa metterlo sdraiato? Comodo. Parliamo di tempo, denaro e vite umane. Quante repliche si devono considerare per definire compiuta la sua vita di spettacolo? E una volta morto può essere riesumato? E il cast rinnovato? E la regia rivoltata? Parliamo anche di uno zombie teatro. E dove devono essersi svolte le repliche? Teatri. Anfiteatri. Auditorium. Stadi. Piazze. Vicoli. Certi campetti. Certi posti strani. Certi ristoranti. Certi villaggi. Quanti attori sono necessari nel nostro allestimento tipo? E i monologhi devono essere considerati a pieno titolo spettacoli? La scenografia deve esserci? Quanta parte del budget deve essere destinata alla scenografia. Budget? Quale budget? Cos’è un budget? Buh. E se c’è solo una sedia? O quattro sedie? Torniamo agli attori. Altrimenti di che teatro parliamo? Evochiamo Gordon Craig. No. Torniamo agli attori. Quanto costa un attore al mercato degli attori. Ci sono delle bilance specifiche? Chi decide l’unità di misura? Devono gli attori essere misurati o devono avere un ego smisurato? Gli attori includono le attrici. E viceversa. Le attrici e gli attori includono. La paga. Il rimborso spese. La trasferta. Il vitto. La diaria. L’alloggio. Essi vivono. Tutto incluso. Essi sopravvivono. Come si vestono gli attori? Le scarpe sono uguali fuoriscena? Parliamo dei costumisti. Anzi no. Lasciamo la questione sullo sfondo. Fondali e quinte. Trovarobato. Ma le compagnie che vita fanno? Si dividono gli introiti. Si dividono le perdite. Cooperano i soci. Si alleano. Fanno pigna. Fanno muro. Fanno lobby. O è solo un hobby? Parliamo dell’hobby del teatro. O è amore. Amatoriale Italia. È hardcore popolare. Fare teatro è alla portata di tutti. Come il sesso. Ma c’è sesso e sesso e c’è teatro e teatro. Fare teatro è una porcata per tutti. Come il mestiere più antico. Il mestiere questo mistero. Ma nelle compagnie si fanno orge? Non ci sono più le ammucchiate di una volta. Siamo ad un teatro onanista. Si viaggia leggeri. Nelle utilitarie su e giù per la penisola. Donne e uomini a nolo in auto fittate per repliche vendute o solo prestate. Per non avere troppi pensieri. Per essere liberi. Liberi di essere artisti autori scrittori cantautori musicisti cabarettisti autonomi. Tutti drammaturghi. A scrivere la scena. A disegnare la scenografia. A dirigere la coreografia. Tutti con il dito a digitare. Prendere di qua spostare di là. Copia. Incolla. Prendi una parte di Shakespeare (che va su tutto) shakera bene con due parti di Pasolini (che aveva previsto tutto) e l’ultima parte prendila dal quotidiano (che ci ritrovi tutto). Sbobina il registrato della vicina. Prendi le urla al mercato. I rumori della lavanderia. O intervista gli attori. Cosa facevi nel tuo tempo libero durante l’adolescenza? Andavi al centro commerciale o stavi nel quartiere? Quando hai baciato la prima volta un uomo una donna un animale? Quando hai fatto sesso per la prima volta? E l’anale? Ma torniamo al principio. Qual è la vita media di uno spettacolo teatrale? Cosa occorre fare per replicare? Vincere. Convincere. Entusiasmare. Perseverare. Entrare. Supplicare. Anelare. Insistere. Reiterare. Hai preparato il video. Il teaser. Lo spot. Il frammento. L’integrale. Hai il servizio fotografico professionale. E allora cosa occorre fare? Replicare. Incontrare il pubblico. Ascoltare quel respiro. Inspiegabile. Puoi solo capire. L’essere trasparenti. L’essere nudi. Aspettare il suono delle mani. Interpretare. E cercare gli occhi. Quanti occhi possono bastare? Domande. Frasi. Connessioni. Giochi di parole. Reiterazioni. Ripetizioni. Flussi. Parliamo di formazione. No. Parliamo di professione. No. Parliamo di scritture. No. Non nominare il teatro invano. Non nominare il direttore di compagnia. Non nominare l’organizzatore. Non nominare invano. Il teatro. Non nominare l’amministratore. Non nominare il testo. Stai muto. Ingoia asciutto. È solo aria. Prepara. Rimanda. Rinuncia. Denuncia. Fai i nomi. I grandi nomi. Domande. Fasi. Disconnesse. Giochi le parole. Reiterazioni. Ripetizioni. Flussi. Tu che lavoro fai per fare teatro? Tu che prezzo paghi?

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#neoeroina. Il debutto


MARTEDI’ 20 NOVEMBRE ore 21.00

presso PTU – Piccolo Teatro Unical
alle spalle dell’Aula Magna

Ticket
Posto Unico 5 €
I biglietti sono acquistabili la sera stessa dello spettacolo nell’area ticket del PTU

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ZAHIR Associazione Culturale
presenta

Maria Marino

in

#neoeroina

Testo e Regia: Ernesto Orrico

Collaborazione alla drammaturgia: Vincenza Costantino
Collaborazione artistica: Manolo Muoio
Supporto tecnico: Antonio Giocondo
Organizzazione: Giulia Cappelli, Alessandra Fucilla
Ufficio stampa: Maria Teresa Fabbri

Come una crudele e dolcissima ballata pop, un testo scarno, scurrile e delicato. Come una polifonia schizoide e paradossale concepita per un’unica voce fisica. Urlo del cuore, urlo dell’anima, specchio rotto di attrice che moltiplica i personaggi verso l’infinito del fuori palco. Voce di donna che ha smesso di interpretare il corpo che ospita – ospite indigesto – , che si sforza o s’illude di raccontare le storie che la vivono, la abitano, la consumano. Fotografie sfocate di immagini che non sono più. Ritratto di donna/strega, donna/animale, di donna/sciamano… L’elenco potrebbe continuare a lungo, l’essere femminile incantarsi in un suffisso reiterato fino alla perdita di significato. Ma è proprio da questa perdita che lo spettacolo nasce, con lo smarrimento del personaggio si avvia la scoperta dell’identità della donna, anzi di “una” donna giovane nel senso che sa di appartenere ad un tempo già passato, bella con la nostalgia di esserlo stata molto, intelligente con la consapevolezza che la battaglia con la prorpia mente sia più difficile di quella ingaggiata con il proprio corpo, colta con la tristezza di non poter pienamente godere dell’arte, della musica, della poesia. Neoeroina è il ritratto, senza pietà e senza moralismi, di una condizione – quella femminile – che non vuole più, mai più, essere una “condizione” ma una realtà, fatta di un corpo, di azioni e pensieri. L’attrice, sul palcoscenico, è questa donna che cerca, e trova, un modo per raccontarsi, per dispiegarsi all’esterno e offrirsi, con disincanto e ambizione, agli occhi degli altri senza temerne il giudizio, ché ora basta. Non è più tempo di sacrifici, né di giudizi. Sfogo ritmato di una Antigone del terzo millennio, ormai svanita la compassione, sottratto il corpo fraterno, deflagrate in fuochi d’artificio la polis e le sue mura.

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Info:
piccoloteatrodarte@gmail.com
0984.493971 – 0984.493698 – 392.3946821 – 328.8327371- FAX 0984.493937

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Ernesto Orrico // the Fragment Tour

ottobre/novembre/dicembre 2012
Ernesto Orrico // the Fragment Tour
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sabato 6 ottobre – Ariano Irpino, castello Normanno
Teatro della Ginestra
Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi
di Vincenza Costantino
con Dante de Rose, Manolo Muoio, Ernesto Orrico
regia di Ernesto Orrico

Jennu brigannu

sabato 20 ottobre – Bari, teatro Kismet
Scena Verticale
U Tingiutu. Un Aiace di Calabria
testo e regia di Dario De Luca
con Dario De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani

U Tingiutu

domenica 28 ottobre – San Fili, teatro Gambaro
Zahir
The Lack of Work Kills. A Speaking and Looping Session.
di e con Ernesto Orrico e Marco Orrico

The Lack of Work Kills

martedì 20 novembre – Rende, PTU Unical
sabato 1 e domenica 2 dicembre – Reggio Calabria, Spazio Teatro
Zahir
#neoeroina
testo e regia di Ernesto Orrico
con Maria Marino

#neoeroina

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Speaking and Looping

con Ernesto Orrico / voce
e Marco Orrico / chitarra

Un concerto concentrato, un combattimento di posizioni acustiche, un giro di suoni e parole.

Ernesto Orrico e Marco Orrico


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Un dialogo con Nerina Garofalo

http://wordsocialforum.wordpress.com/2012/06/22/appunti-per-spettacoli-che-non-si-faranno/

un dialogo con Nerina Garogalo:

Ho incontrato Ernesto attraverso le parole, quando ci siamo scritti per un progetto antologico nel quale è impegnata la libera editrice Coessenza. Più o meno un anno fa. In questo quasi anno, abbiamo finito con l’incontrarci, virtualmente, in più luoghi, fino a imparare a conoscerci attraverso testi, immagini e azioni. L’uscita di “Appunti per spettacoli che non si faranno” mi ha consentito un passo in più sul territorio dell’incontro. Un passo stimolante, per quella commistione di energia e consapevolezza dolorante che contiene. Con la bella dedica (in foto) con cui me lo ha donato Alessandra Luberto.

Appunti per spettacoli che non si faranno è  (come ben annota Alessandro Chidichimo nella suggestiva prefazione), una raccolta di marginalia, note d’attore e frammenti che annusano la poesia.Pubblicata dalla Casa Editrice Coessenza, con le illustrazioni originali di Raffaele Cimino, artista  ed art director che dal 2003 vive e lavora a Modena.

Illustrazioni di inusuale nitida potenza, accompagnate a testi che rivelano l’indicibile, il backstage della creatività, e spaziano fra il diario, la poesia, il poemetto in prosa e il fumetto, in questa costruzione emozionata.

Mentre scrivo, esce in rete il nuovo video di Eugenio Finardi, Passerà, tratto dal triplo cd “Sessanta”, con testo scritto a quattro mani con il cantautore ligure Zibba. Girato nella campagna cosentina, con la presenza audacemente allegra, fiduciosa e vitale di artisti ed abitanti calabresi, il video esce, a breve distanza da un altro video legato a Cosenza e online da tre settimane, il bel Benvenuta a Cosenza diMarco Fama, di cui abbiamo scritto in questo stesso spazio).

Tutto questo fermento,  andando a stringere questi giorni di crisi nell’anello che tiene della creatività e del sentimento del futuro. Nel video Ernesto Orrico è una presenza straniante e suggestiva, con quel suo silenzio mimico trafitto di significati. Con lui, fra gli altri, Brunori Sas  e la fotografa Ivana Russo.

Dalla curiosità per tutto questo sono nate le domande, alle quali Ernesto Orrico ha risposto consentendoci di prender parte ad un altro  tassello del suo vissuto creativo ed umano.

NG: Ernesto vive nel teatro e porta il teatro nel mondo. Lavora con grandi e piccoli, per età e dimensione. Ha maestri e colleghi di esperienza straordinaria, fra tutti Mariangela Gualtieri. Cos’è per te il teatro? In quale teatro poni oggi il tuo teatro?

EO: Il teatro è il mio aggancio al reale. La poesia attraverso cui interpretare il mondo. È, nel tempo, l’ancora che non ha consentito di abbandonarmi ad una vita sociale sfocata. Ho avuto modo di incontrare tanti maestri, alcuni per periodi troppo brevi, ma tra i laboratori in cui ho avuto la possibilità di studiare quelli con Mariangela Gualtieri sono stati tra i più illuminanti, un’idea che da lì proviene e su cui ancora continuo a macinare, è il lavoro sulla lingua sciancata, sulla lingua rotta; un’uscita continua dai margini della scrittura e dall’oralità di un italiano presunto corretto.

Il mio teatro cerco di portarlo ovunque, certo, i miei lavori non sono assai appetibili per i grandi teatri, anche se il mio sogno perpetuo è di poter recitare per 30 giorni di fila al Rendano, e forse per la mia città e i miei concittadini sarebbe un incubo.

In questo periodo, con un gruppo di amici artisti e di appassionati di teatro stiamo costruendo delle azioni teatrali di massa per le strade e le piazze di Cosenza, un’idea che abbiamo mutuato dal progetto “Mercuzio non vuole morire” che Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza stanno portando avanti a Volterra, si tratta di un teatro che conquista lo spazio pubblico attraverso la poesia di corpi e voci non arresi allo stato delle cose presenti.

NG: Appunti lavora sul terreno della poesia, da dove parte questo desiderio, che sembra contenere, per titolo e genere, una ammissione di impotenza e allo stesso tempo la pretesa di un assoluto e di una utopia?

EO: Il titolo forse è una provocazione a me stesso, la scrittura mi ha sempre dato la possibilità di costringermi a mantenere un’etica, di giocare a non tradirmi. Ritrovare le parole di prima mi da un senso di sicurezza, per le scelte che ogni giorno si devono compiere. Fissare piccole poesie, stralci di ipotetici spettacoli su carta diventa un impegno per il futuro, pur nella consapevolezza che non ci siano scritte verità immutabili, anzi tutt’altro, resta però la possibilità rileggendosi di non smarrirsi. Nel lettore che non conosce la mia vita invece mi auguro che possa innescarsi un meccanismo simile, come se la scrittura fosse una mappa da consultare per trovare un sentiero provvisorio in cui avventurarsi: su di me i libri hanno questo effetto.

NG: La tua raccolta vibra di spari, la velocità del colpo e il suo silenzio d’attesa sono dichiarati. Cos’è oggi uno sparo a teatro, in una città che ha sempre avuto con il teatro un legame forte, determinato e a un tempo fortemente ambiguo?

EO: La sorpresa che ancora può innescarsi grazie alla prossimità di corpi, voci, umori nel luogo fisico in un cui si svolge l’azione teatrale. Ancora questo forse nient’altro che questo? Il teatro, il suo farsi, si declina in centinaia di modi, di stili, di forme, di caratteri… esiste e insiste in ogni angolo del globo, finché ci saranno anche solo due esseri umani che agiscono, giocano, si guardano, sopravviverà.

Nella città e nella regione in cui vivo, fatto salvo il periodo magno-greco, l’arte teatrale vive il suo miglior momento, grazie a decine di operatori culturali che hanno preso finalmente coscienza della loro qualità artistica. E questa fioritura è avvenuta nonostante gli investimenti economici delle amministrazioni pubbliche sulla promozione della cultura teatrale abbiano continuato ad essere ondivaghi, carenti o legati a logiche clientelari, mi riferisco in particolare a come vengono nominati i direttori artistici delle istituzioni teatrali pubbliche o semipubbliche dotate di maggiori budget.

NG: La tua è una raccolta dolorosa e odorosa, come nei migliori luoghi l’olfatto è chiamato in causa dalla parola, e con esso il perimetro del corpo che lo veicola e lo produce. Che odore ha questa tappa senza perimetro nella tua ricerca? Dove ti dimori, fra ciò che si farà e non si farà?

EO: Mi dimoro in qualsiasi luogo possa avverarsi una possibilità di teatro e di scrittura, alla ricerca insistente del contatto con l’altro da me, e spesso ovviamente accade di commettere errori grossolani che mi costringono a rapide ricostruzioni, a nuovi ripensamenti.

Negli ultimi mesi sto sperimentando delle forme poetiche di scrittura all’improvviso sui social network, usando la bacheca elettronica come spazio performativo, come estensione ideale di un ipotetico teatro della mente. Ovvio che manca la componente della prossimità fisica che produce odore e sapore, ma è un pezzo di un panorama più ampio, un intrecciarsi continuo di reale e virtuale, una contaminazione perpetua, uno scivolamento perenne che nel mio caso cerca poi consistenza e esistenza nello spazio dell’azione teatrale dal vivo.

NG: La relazione con l’impegno è palese, almeno a me arriva questo, quasi come un sussulto a ogni passo. Ed è una relazione con l’impegno e il disincanto, con la rabbia e l’amore. Quanto amore c’è nel aver costruito il libro con Coessenza e con Raffaele Cimino? Chi è, nella tua vita, Raffaele Cimino, per accolto la sua visione sulle tue parole, visione che arriva sinergica, persino fibrillata?

EO: Coessenza io la definisco una casa editrice selvaggia, che mi auguro non si adegui mai ad una presunta “civiltà”. La scelta di pubblicare con questa piccola realtà indipendente è stata naturale, in un certo senso automatica. Ho partecipato per due anni agli incontri periodici che i componenti della Coessenza organizzano in luoghi occupati, all’aperto, in spazi universitari, sempre con l’idea di un nomadismo felice e leggero, ho letto i testi miei e di altri autori in una logica orizzontale di confronto che mi auguro possa continuare nel prossimo futuro.

Raffaele Cimino è un amico, un vecchio collega d’università e soprattutto un artista con una sensibilità assai orientata alla decodifica della contemporaneità, forse grazie al fatto che è anche direttore creativo di un’agenzia di comunicazione. Negli ultimi 10 anni abbiamo collaborato in diverse occasioni, ha realizzato alcuni disegni di grandi dimensioni per “Hamlet Cuts”, spettacolo che ho messo in scena su un testo di Marcello Walter Bruno; il fondale per “Nel Sangue” performance, che ho realizzato con Manolo Muoio, dedicata Rocco Gatto, il mugnaio comunista ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1977 per non essersi piegato al pagamento del pizzo; più di recente ho partecipato come performer alla sua video-installazione “La decadenza dell’ultimo quarto”. Le illustrazioni che accompagnano le parole di Appunti per spettacoli che non si faranno, Raffaele ha voluto fortemente realizzarle dopo aver letto il testo, la mia richiesta era solo quella di creare un’immagine per la copertina, ma la sua proposta di accompagnare tutte le pagine con delle creazioni originali mi ha sorpreso e ovviamente emozionato. Il risultato ai miei occhi appare come un potenziamento esponenziale delle parole, un allungamento di orizzonti e di senso.

NG: Chi ha scritto la prefazione dice di odiare le prefazioni, io amo le interviste se riescono a dare spazio alla vita di chi le accoglie. Se fossi tu a poterti fare una domanda, se potessi aprire ancora uno spettacolo che non farai e che quindi fai nella parola posata, non recitata, non spaziata, di cosa parlerebbe? Dove ci porterebbe?

EO: Le domande che continuo a pormi sono dentro Appunti, gli spettacoli che non farò o che cambierò facendoli sono già dentro questo libro e negli altri testi che continuo a scrivere. C’è un mio monologo inedito che si chiama Non parlo dell’Italia, esiste, ha una parvenza di definizione, eppure sento che non lo metterò in scena nell’immediato, non so bene dire perché, forse perché mi provocherebbe un dolore troppo lacerante che ho già provato con

‘A Calabria è morta? E allora continuo a leggerlo, a sentirlo risuonare nelle mie stanze, a riscriverne pezzi. Mi interessa continuare a interrogare il mondo di adesso, le circostanze in cui viviamo, le paure da cui siamo attraversati. Sogno di scrivere un dialogo tra una donna e un uomo che non smettono di amarsi nonostante la realtà che hanno intorno sembra sgretolarsi ogni giorno che passa.

NG: Nessuna ama è forse la pagina che ho più amato, il testo che ho più compreso. Ma qui siamo alle personali assonanza, forse perché è un testo esattamente maschile, ed io amo la convergenza sull’esistenza. Ci metto accanto ritornello 1, e ti porgo la parola rabbia. Noi ci conosciamo poco, ma in ogni nostro contatto che ci sia stato mi è invece arrivata una straordinaria delicatezza, di modo, di contatto, di analisi, di accostamento all’altro. Sento quindi come un’ospitale divergenza. Se dovessi leggerla, vedrei in essa la ragione di una scelta sul terreno della poesia per esprimersi. È un azzardo?

EO: Forse la scrittura mi serve come esorcismo della violenza, della rabbia che comunque mi capita di covare dentro. Di fondo sono una persona piuttosto riflessiva, mi piace ascoltare le ragioni degli altri e discutere, confutare tesi o, quando succede, e non è raro, arrendermi a nuove opinioni che pensavo di non poter pensare. La poesia, la scrittura veloce, frammentata, le frasi saette, i micromonologhi è come se si servissero di me per aiutarmi ad avere una parvenza di controllo sulla vita. Non credo che potrei mai scrivere un romanzo, ci sarebbe bisogno di un progetto con fondamenta solide e poi bisognerebbe decidere i piani, gli spazi e troppe cose da nominare e concatenare, troppo controllo da esercitare. No, non mi entrerebbe/uscirebbe proprio in/dalla testa.

NG: Azzarda con me: mi regali il titolo per uno spettacolo che farai, ad ogni costo?

EO: Neo-Hero-In. A Woman Experiment. È già in lavorazione, nel prossimo autunno se le cose gireranno per il giusto verso… debutterà.

(N.G, Roma, 22 giugno 2012)

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