Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

Life’n’Perspectives of a Hamletic Machine

prima versione della performance, replicata presso Spazio Teatro a Reggio Calabria, si ma quando? Inverno 2003 credo…

lo scatto è di Aldo Valenti

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recensioni, estratti (2004)

about Life ‘n Perspectives of a Human Machine

L’Amleto del 2000 ha scarpe e tuta da pugile, si muove a scatti su un ring squassato dalla musica elettronica e delimitato da un atelier portatile di anime.

Restituendo dignità all’ozio latino nei ritmi vertiginosi del 2000, il non-Amleto dà voce a chi è “tacciato di sogno e pigrizia”. Le sagome dipinte da Raffaele Cimino – stile Keith Haring, solo con meno, molti meno colori: bianco rosso nero – saranno a turno Orazio, Rosencrantz e Guildenstern, Ofelia e Polonio: lenzuola appese a stampelle che sono cappi, vengono portate in scena da Orrico che così ne fa quinte/membrane.

Colpiscono le schitarrate post rock di Raffaele Fata sui bassi alla “Safe from arm” miscelati dal dj Robert Eno (a lui l’ultimo frame, illuminato, della rappresentazione: quasi un deus ex machina) alle prese con breakbeats e pattern del multitraccia: il computer diventa strumento musicale che restituisce l’algore della Danimarca o l’impasto di voci e suoni distorti, come nel felicissimo caso del campionamento della sigla del Tg1 su un (reazionario) sample dei Beatles che cantano “revolution”…

Eugenio Furia (Il Quotidiano della Calabria)

Luci, bianche e intense… musica, alta, molto alta, ti vibra dentro… l’attore entra in scena e… si sdraia si alza si siede si gira si alza si appoggia si piega cammina si volta si inclina si siede si piega… un movimento continuo, assillante, necessario: è il flusso dei pensieri che così prendono (il) corpo, nel senso letterale del termine. A questo ritmo incalzante dettato dal corpo, dai pensieri, dai suoni, si adegua la voce, varia anche lei, per testimoniare l’incessante altalenare tra il possibile e l’impossibile, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il certo e l’incerto, lui lei, la stasi e il movimento, io  l’altro…

(…) è un’esperienza necessaria, per quegli spettatori/individui che non si rassegnano a vivere nel mondo attuale, appiattito e banalizzato da quel pensiero unico poco edificante, che recluta truppe di video dipendenti amorfi. Al contrario è uno squarcio che produce vibrazioni fisiche e mentali, grazie alla luce, alla musica e ai movimenti, alle voci, che riesce a far vacillare quel muro dietro il quale si nascondono ormai le nostre menti e i nostri cuori. È un invito alla lacerazione che non porta però all’inazione, tutt’altro, in scena anche i pannelli riproducono nelle sagome il movimento e il travaglio (nero/rosso) che  il vivere comporta, l’impossibilità della stasi.

Daniela Pellicanò (L’Altrareggio)

Lo spazio in cui questo Amleto si muove è strano, anomalo: potrebbe essere un set fotografico, un guardaroba o uno studio di registrazione. Pochi oggetti: una sedia, pannelli attaccati a delle grucce, microfoni e amplificatori tra i quali armeggia con movenze da rock star. Un Amleto rimasto solo, che ha inghiottito tutti i suoi compagni di viaggio, ormai fantasmi, che vivono solo come pannelli pronti ad essere gettati via o scarnificate presenze, richiamate in vita attraverso il proprio corpo e la propria voce. Corpo e voce liberamente distorti, usati, indagati. Un folle che grida il suo apatico sdegno contro quegli avvenimenti che hanno disturbato il suo esilio volontario. Un Amleto che fa i conti con i miti della propria adolescenza, con le letture fatte e la musica ascoltata, musica che prende corpo e diventa materia scenica, parte integrante di tutta la performance.

Rosaria Macrì (InfoDAMS – Università della Calabria)

Quello che resta è pura e sana energia, lontano dai vuoti ghirigori intellettuali e più vicino a un sentire viscerale, duplice volto di un amore/odio per la società moderna e per il teatro, passaggio da un epoca in cui la sequenzialità, di padre in figlio, lascia al posto al caos dei rapporti incestuosi. Alla non certezza delle strade delle nostre metropoli che collassano in una oscurità intimista, nella ricerca della umanità attraverso una fuga interiore, risponde l’assenza del ruolo che interpretiamo quando ci guardiamo dentro, quando interroghiamo gli altri che abitano come un gran consiglio della coscienza i nostri pensieri. La ricerca di una unità, allora, si risolve solo con la capacità e la coscienza di sentire e di voler cercare. Resta solo la certezza che siamo su un palco e, da quel palco, forse come rockstar scafatissime, dovremmo sapere quando è il momento di urlare e quando invece di lasciarsi andare sulle melodie. Amleto, infine, alberga come totem inesplicabile sull’ingresso di ogni ricerca individuale e spirituale.

Alessandro Chidichimo (Edizione della Sera)

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