Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

The Cult of Fluxus

Artwork by Fabio Gaudio

parole e voce: Ernesto Orrico

F#1 Mancano tante cose / Luigi Porto

F#2 Finestra sull’astrazione / Cristian Rosa

F#3 Rinunciare alla fine / Marco Orrico

F#4 Un partigiano sbagliato / Francesco China Cristiano

F#5 4 dicembre 1912 / Sergio De Luca

F#6 I palombari della storia / Raffaele Fata

F#7 Il teatro è caduto / Massimo Palermo

F#8 Conosciamo le nostre possibilità / Vlad KayaDub Costabile

F#9 Ragazzo dannato nel bagno / Gianfranco De Franco

F#10 La mia città è il mio sangue / Robert Eno

 

Edizione digitale: soundcloud.com/thecultoffluxus

Fluxus è la rubrica di scrittura automatica che pubblico sul periodico Fatti al Cubo. Ho affidato i primi 10 frammenti, registrati in voce, a musicisti e/o dj e/o manipolatori di suoni che hanno operato i diversi trattamenti sonori. The Cult of Fluxus è il risultato. (Ernesto Orrico)

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Un dialogo con Nerina Garofalo

http://wordsocialforum.wordpress.com/2012/06/22/appunti-per-spettacoli-che-non-si-faranno/

un dialogo con Nerina Garogalo:

Ho incontrato Ernesto attraverso le parole, quando ci siamo scritti per un progetto antologico nel quale è impegnata la libera editrice Coessenza. Più o meno un anno fa. In questo quasi anno, abbiamo finito con l’incontrarci, virtualmente, in più luoghi, fino a imparare a conoscerci attraverso testi, immagini e azioni. L’uscita di “Appunti per spettacoli che non si faranno” mi ha consentito un passo in più sul territorio dell’incontro. Un passo stimolante, per quella commistione di energia e consapevolezza dolorante che contiene. Con la bella dedica (in foto) con cui me lo ha donato Alessandra Luberto.

Appunti per spettacoli che non si faranno è  (come ben annota Alessandro Chidichimo nella suggestiva prefazione), una raccolta di marginalia, note d’attore e frammenti che annusano la poesia.Pubblicata dalla Casa Editrice Coessenza, con le illustrazioni originali di Raffaele Cimino, artista  ed art director che dal 2003 vive e lavora a Modena.

Illustrazioni di inusuale nitida potenza, accompagnate a testi che rivelano l’indicibile, il backstage della creatività, e spaziano fra il diario, la poesia, il poemetto in prosa e il fumetto, in questa costruzione emozionata.

Mentre scrivo, esce in rete il nuovo video di Eugenio Finardi, Passerà, tratto dal triplo cd “Sessanta”, con testo scritto a quattro mani con il cantautore ligure Zibba. Girato nella campagna cosentina, con la presenza audacemente allegra, fiduciosa e vitale di artisti ed abitanti calabresi, il video esce, a breve distanza da un altro video legato a Cosenza e online da tre settimane, il bel Benvenuta a Cosenza diMarco Fama, di cui abbiamo scritto in questo stesso spazio).

Tutto questo fermento,  andando a stringere questi giorni di crisi nell’anello che tiene della creatività e del sentimento del futuro. Nel video Ernesto Orrico è una presenza straniante e suggestiva, con quel suo silenzio mimico trafitto di significati. Con lui, fra gli altri, Brunori Sas  e la fotografa Ivana Russo.

Dalla curiosità per tutto questo sono nate le domande, alle quali Ernesto Orrico ha risposto consentendoci di prender parte ad un altro  tassello del suo vissuto creativo ed umano.

NG: Ernesto vive nel teatro e porta il teatro nel mondo. Lavora con grandi e piccoli, per età e dimensione. Ha maestri e colleghi di esperienza straordinaria, fra tutti Mariangela Gualtieri. Cos’è per te il teatro? In quale teatro poni oggi il tuo teatro?

EO: Il teatro è il mio aggancio al reale. La poesia attraverso cui interpretare il mondo. È, nel tempo, l’ancora che non ha consentito di abbandonarmi ad una vita sociale sfocata. Ho avuto modo di incontrare tanti maestri, alcuni per periodi troppo brevi, ma tra i laboratori in cui ho avuto la possibilità di studiare quelli con Mariangela Gualtieri sono stati tra i più illuminanti, un’idea che da lì proviene e su cui ancora continuo a macinare, è il lavoro sulla lingua sciancata, sulla lingua rotta; un’uscita continua dai margini della scrittura e dall’oralità di un italiano presunto corretto.

Il mio teatro cerco di portarlo ovunque, certo, i miei lavori non sono assai appetibili per i grandi teatri, anche se il mio sogno perpetuo è di poter recitare per 30 giorni di fila al Rendano, e forse per la mia città e i miei concittadini sarebbe un incubo.

In questo periodo, con un gruppo di amici artisti e di appassionati di teatro stiamo costruendo delle azioni teatrali di massa per le strade e le piazze di Cosenza, un’idea che abbiamo mutuato dal progetto “Mercuzio non vuole morire” che Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza stanno portando avanti a Volterra, si tratta di un teatro che conquista lo spazio pubblico attraverso la poesia di corpi e voci non arresi allo stato delle cose presenti.

NG: Appunti lavora sul terreno della poesia, da dove parte questo desiderio, che sembra contenere, per titolo e genere, una ammissione di impotenza e allo stesso tempo la pretesa di un assoluto e di una utopia?

EO: Il titolo forse è una provocazione a me stesso, la scrittura mi ha sempre dato la possibilità di costringermi a mantenere un’etica, di giocare a non tradirmi. Ritrovare le parole di prima mi da un senso di sicurezza, per le scelte che ogni giorno si devono compiere. Fissare piccole poesie, stralci di ipotetici spettacoli su carta diventa un impegno per il futuro, pur nella consapevolezza che non ci siano scritte verità immutabili, anzi tutt’altro, resta però la possibilità rileggendosi di non smarrirsi. Nel lettore che non conosce la mia vita invece mi auguro che possa innescarsi un meccanismo simile, come se la scrittura fosse una mappa da consultare per trovare un sentiero provvisorio in cui avventurarsi: su di me i libri hanno questo effetto.

NG: La tua raccolta vibra di spari, la velocità del colpo e il suo silenzio d’attesa sono dichiarati. Cos’è oggi uno sparo a teatro, in una città che ha sempre avuto con il teatro un legame forte, determinato e a un tempo fortemente ambiguo?

EO: La sorpresa che ancora può innescarsi grazie alla prossimità di corpi, voci, umori nel luogo fisico in un cui si svolge l’azione teatrale. Ancora questo forse nient’altro che questo? Il teatro, il suo farsi, si declina in centinaia di modi, di stili, di forme, di caratteri… esiste e insiste in ogni angolo del globo, finché ci saranno anche solo due esseri umani che agiscono, giocano, si guardano, sopravviverà.

Nella città e nella regione in cui vivo, fatto salvo il periodo magno-greco, l’arte teatrale vive il suo miglior momento, grazie a decine di operatori culturali che hanno preso finalmente coscienza della loro qualità artistica. E questa fioritura è avvenuta nonostante gli investimenti economici delle amministrazioni pubbliche sulla promozione della cultura teatrale abbiano continuato ad essere ondivaghi, carenti o legati a logiche clientelari, mi riferisco in particolare a come vengono nominati i direttori artistici delle istituzioni teatrali pubbliche o semipubbliche dotate di maggiori budget.

NG: La tua è una raccolta dolorosa e odorosa, come nei migliori luoghi l’olfatto è chiamato in causa dalla parola, e con esso il perimetro del corpo che lo veicola e lo produce. Che odore ha questa tappa senza perimetro nella tua ricerca? Dove ti dimori, fra ciò che si farà e non si farà?

EO: Mi dimoro in qualsiasi luogo possa avverarsi una possibilità di teatro e di scrittura, alla ricerca insistente del contatto con l’altro da me, e spesso ovviamente accade di commettere errori grossolani che mi costringono a rapide ricostruzioni, a nuovi ripensamenti.

Negli ultimi mesi sto sperimentando delle forme poetiche di scrittura all’improvviso sui social network, usando la bacheca elettronica come spazio performativo, come estensione ideale di un ipotetico teatro della mente. Ovvio che manca la componente della prossimità fisica che produce odore e sapore, ma è un pezzo di un panorama più ampio, un intrecciarsi continuo di reale e virtuale, una contaminazione perpetua, uno scivolamento perenne che nel mio caso cerca poi consistenza e esistenza nello spazio dell’azione teatrale dal vivo.

NG: La relazione con l’impegno è palese, almeno a me arriva questo, quasi come un sussulto a ogni passo. Ed è una relazione con l’impegno e il disincanto, con la rabbia e l’amore. Quanto amore c’è nel aver costruito il libro con Coessenza e con Raffaele Cimino? Chi è, nella tua vita, Raffaele Cimino, per accolto la sua visione sulle tue parole, visione che arriva sinergica, persino fibrillata?

EO: Coessenza io la definisco una casa editrice selvaggia, che mi auguro non si adegui mai ad una presunta “civiltà”. La scelta di pubblicare con questa piccola realtà indipendente è stata naturale, in un certo senso automatica. Ho partecipato per due anni agli incontri periodici che i componenti della Coessenza organizzano in luoghi occupati, all’aperto, in spazi universitari, sempre con l’idea di un nomadismo felice e leggero, ho letto i testi miei e di altri autori in una logica orizzontale di confronto che mi auguro possa continuare nel prossimo futuro.

Raffaele Cimino è un amico, un vecchio collega d’università e soprattutto un artista con una sensibilità assai orientata alla decodifica della contemporaneità, forse grazie al fatto che è anche direttore creativo di un’agenzia di comunicazione. Negli ultimi 10 anni abbiamo collaborato in diverse occasioni, ha realizzato alcuni disegni di grandi dimensioni per “Hamlet Cuts”, spettacolo che ho messo in scena su un testo di Marcello Walter Bruno; il fondale per “Nel Sangue” performance, che ho realizzato con Manolo Muoio, dedicata Rocco Gatto, il mugnaio comunista ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1977 per non essersi piegato al pagamento del pizzo; più di recente ho partecipato come performer alla sua video-installazione “La decadenza dell’ultimo quarto”. Le illustrazioni che accompagnano le parole di Appunti per spettacoli che non si faranno, Raffaele ha voluto fortemente realizzarle dopo aver letto il testo, la mia richiesta era solo quella di creare un’immagine per la copertina, ma la sua proposta di accompagnare tutte le pagine con delle creazioni originali mi ha sorpreso e ovviamente emozionato. Il risultato ai miei occhi appare come un potenziamento esponenziale delle parole, un allungamento di orizzonti e di senso.

NG: Chi ha scritto la prefazione dice di odiare le prefazioni, io amo le interviste se riescono a dare spazio alla vita di chi le accoglie. Se fossi tu a poterti fare una domanda, se potessi aprire ancora uno spettacolo che non farai e che quindi fai nella parola posata, non recitata, non spaziata, di cosa parlerebbe? Dove ci porterebbe?

EO: Le domande che continuo a pormi sono dentro Appunti, gli spettacoli che non farò o che cambierò facendoli sono già dentro questo libro e negli altri testi che continuo a scrivere. C’è un mio monologo inedito che si chiama Non parlo dell’Italia, esiste, ha una parvenza di definizione, eppure sento che non lo metterò in scena nell’immediato, non so bene dire perché, forse perché mi provocherebbe un dolore troppo lacerante che ho già provato con

‘A Calabria è morta? E allora continuo a leggerlo, a sentirlo risuonare nelle mie stanze, a riscriverne pezzi. Mi interessa continuare a interrogare il mondo di adesso, le circostanze in cui viviamo, le paure da cui siamo attraversati. Sogno di scrivere un dialogo tra una donna e un uomo che non smettono di amarsi nonostante la realtà che hanno intorno sembra sgretolarsi ogni giorno che passa.

NG: Nessuna ama è forse la pagina che ho più amato, il testo che ho più compreso. Ma qui siamo alle personali assonanza, forse perché è un testo esattamente maschile, ed io amo la convergenza sull’esistenza. Ci metto accanto ritornello 1, e ti porgo la parola rabbia. Noi ci conosciamo poco, ma in ogni nostro contatto che ci sia stato mi è invece arrivata una straordinaria delicatezza, di modo, di contatto, di analisi, di accostamento all’altro. Sento quindi come un’ospitale divergenza. Se dovessi leggerla, vedrei in essa la ragione di una scelta sul terreno della poesia per esprimersi. È un azzardo?

EO: Forse la scrittura mi serve come esorcismo della violenza, della rabbia che comunque mi capita di covare dentro. Di fondo sono una persona piuttosto riflessiva, mi piace ascoltare le ragioni degli altri e discutere, confutare tesi o, quando succede, e non è raro, arrendermi a nuove opinioni che pensavo di non poter pensare. La poesia, la scrittura veloce, frammentata, le frasi saette, i micromonologhi è come se si servissero di me per aiutarmi ad avere una parvenza di controllo sulla vita. Non credo che potrei mai scrivere un romanzo, ci sarebbe bisogno di un progetto con fondamenta solide e poi bisognerebbe decidere i piani, gli spazi e troppe cose da nominare e concatenare, troppo controllo da esercitare. No, non mi entrerebbe/uscirebbe proprio in/dalla testa.

NG: Azzarda con me: mi regali il titolo per uno spettacolo che farai, ad ogni costo?

EO: Neo-Hero-In. A Woman Experiment. È già in lavorazione, nel prossimo autunno se le cose gireranno per il giusto verso… debutterà.

(N.G, Roma, 22 giugno 2012)

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da dove comincia questa fantomatica storia?

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FunkYCidiO – Ciromiche/Politiche/Pratiche/Poetiche

05 marzo 2011 ore 17.00 su Radio Ciroma (105.7 etere cosentino, www.ciroma.org web streaming)

FUNKYCIDIO
ambiente sonoro: Francesco Cristiano
voce: Ernesto Orrico


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il Rendano e io

photo by Alessandro Crusco

performance/lettura ''Alareiks, il re sepolto nella leggenda''


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intervento di Silvio Stellato sullo spettacolo U Tingiutu

Ce ne sono di Aiace, di Agamennone, di Teucro, nei ranghi di casermoni asserragliati sul promontorio di Serra Spiga. Ce ne sono lungo il filo d’acqua sporca del Crati presso l’antichissima, quasi quanto gli Atridi, via Popilia. Ce ne sono nei quartierini piano rialzato di Torre Alta. Ce ne sono nelle agenzie di pompe funebri del Casertano, nelle fumose sale da biliardo di San giorgio a Cremano a Napoli, nei privè dei bar d’angolo sul lungo mare di Reggio di Calabria.
Ce ne sono per tutto il meridione, di Menelao, di Ulisse, di Achille beccati nel tallone. Anche se non sempre riconoscibili dal dettaglio clichè quale il grosso anello all’anulare o l’unghia lunga al mignolo o la capizza che fa capolino da quel cespuglio di pilu incorniciato nel collo di camicia sbottonata. A volte potresti scambiarli per impiegati, a volte per forestali, ma ce ne sono.
E se sei nato a queste latitudini mediterranee e magari t’azzardi pure, per caso o per necessità, a frequentare la strada, li conosci e riconosci, li rispetti e li temi e, inevitabilmente quasi, fino alla soglia dell’età adulta, li ammiri pure. Loro si che hanno le palle.
E questo è l’incipit vero de U Tingiutu che Scena verticale mette in scena ormai da venticinque repliche nei teatri dell’Italietta nostra, che di cotanti Aiace ed Agamennone è mamma col diritto di brevetto.
Tutto nasce quando fiorisce in Aiace nostro quel fior d’ammirazione per i “granni ca si vasanu”.
Questo è il punto della genesi d’ogni ndrangheta, mafia e camorra, fuor di buonismi e aspirazioni finto educational-channel.
Questo è il momento in cui l’Aiace ragazzino, nella realtà e nello spettacolo di Dario De Luca, realizza quello che vorrà fare da grande. Non il calciatore o l’astronauta, no, macché…roba da femminucce. Lui da grande vuole fare il boss.
E da questa verità che nasce il racconto di vita dei tanti Menelao de noartri, siciliani, calabresi o campani che siano. E da questa verità prende l’abbrivio, pure, il seme del male che germoglia nel cuore del protagonista de U Tingiutu, ubriaco d’infanzia, di fronte ad un’alfetta crivellata, abitata da un morto la cui erezione, spiega meglio d’ogni altro particolare, quanto crudo è ammazzare e morire ammazzati. “È normale, si è normale, quannu muari ammazzatu ca ti vena l’arrittazzuni”
Ma l’erezione di un cadavere non basta ai ragazzi di Cosenza, di Castrovillari, di Reggio, di Vibo, di Locri, di Gioia Tauro. Quella erezione non basta a dissuadere, se intorno a quella scena grottesco-sanguinolenta c’è un mondo di adulti che propaganda con fatti e parole quanto comandare sia meglio che fottere. E sebbene i giovani della vita vera non avranno una festa per la loro prima rapina, come accade all’Aiace del palcoscenico, il senso resta immutato. ‘A malavita, nelle città del meridione d’Italietta, è una cosa così reale che ne senti profumo e sapore appena cominci a uscire di casa, e l’ammiri si, l’ammiri quando sei ragazzino, perché di quegli eroi greci che impari a conoscere a scuola, “a gente dù giru” ha potenza e coraggio e onore e parola d’onore. Così si dice almeno.
E se poi invece capita che tu l’abbia già in casa, che la tua famiglia è appunto, malavitosa, allora è come nascere figlio di notaio. La strada verso un futuro assicurato è segnata. 
È questo il caso degli Atridi (M. Silani E. Orrico), dell’Aiace (De Luca) del Ulisse (F. Pellicori) e del Teucro (R. Mastrota) da palcoscenico de “u tingiutu”.  
Famiglie di malavita appunto. Soldati che conservano dei loro antenati epici, il senso dell’onore, del coraggio, della famiglia. E in questo pure, realtà e palcoscenico coincidono.
Il racconto epico si adatta come un trasferello alla realtà dei giorni nostri e Aiace, che nel mito si adira per non avere riconosciuto l’onore di ricevere le armi di Achille dopo la sua morte, nella Calabria di ndrangheta, si offende per questioni di onore sempre, ma inerenti a cummannare. E mentre lì viene allucinato da Atena, dea che parteggia per gli Atridi, qui viene obnubilato dalla cocaina, Dea dei giorni nostri che rende ricchi e pure folli. E gli Atridi che lì meditano vendetta, qui pure e ritrovandosi di fronte ad un suicida non possono che prendersela con la salma, rifiutandone la sepoltura. Nel finale invece, la storia cambia. Sofocle, nella sua tragedia, ci racconta di un Odisseo comprensivo che concede al coraggioso Teucro di seppellire il cadavere, ne U Tingiutu invece, Agamennone, in classico stile malavita, fa al suo determinato avversario Teucro quella che nel gergo criminale si chiama ‘a purtata: gli fa credere d’essere comprensivo e accettare la sepoltura e invece poco dopo fa una strage reimpossessandosi del cadavere per farlo sparire.
Questo finale contiene la rottura del parallelismo tra gli eroi epici e gli antieroi ‘ndranghetisti, come se quel senso dell’onore che resta intatto e sublima negli uni, venga invece tradito e mortificato negli altri, i quali non possono a giusto diritto, fregiarsi dei nobili tratti caratteriali dei primi.
Ed è questo l’effetto dell’impasto drammaturgico dello spettacolo: dissacrata e scarnificata, la ndrangheta ci appare per quella che è nel suo aspetto più interiore. Storia di uomini smarriti in un gigante d’apparenza. Rapinatori che rimpiangono un pigiama mancato. Eppure feroci. Capaci di sciogliere nell’acido bambini. Un contraddirsi di contraddizioni, una vita tutta pistola e santini, codificata per resistere in una immagine spessa come una corteccia.
Un tormento. Questo esprime Aiace nei suoi monologhi, Ulisse nei suoi gemiti, Teucro nella sua furia cieca. E Agamennone, l’unico che non balbetta, che cummanna senza indugiare, dritto nelle spalle, è lui la ‘ndrangheta, il suo busto eretto e quadrato, fiero e bello fuori come un eroe greco, contiene invece ben nascosto, viscere e serpenti, tutto il tormento di una vita che non vale la pena di fare. U Tingiutu tutto questo ce lo racconta e ce lo fa capire senza le urla della cronaca nera o gli eccessivi giri di parole dell’opinionismo d’assalto. È il teatro baby.
E U Tingiutu è teatro che inebria e ubriaca, sussurrando una storia millenaria che si ripete in ogni tempo e in ogni luogo costruendo giorno dopo giorno l’infinito cammino dell’umanità.
U Tingiutu è uno spettacolo di spessore, doppio come un cheesburgher e saporito come un panino con la soppressata, che ha nella struttura drammaturgica e nel disegno scenografico i punti di eccellenza. La grammatica del teatro è presente in scena dal primo all’ultimo minuto tanto da sollecitare più volte le curiosità espresse sottovoce degli spettatori alle prime armi.
Il ritmo parte lento come “la vava di una maruzza” e cresce, trovando picchi di pathos solidi e ubriacanti, nello svolgimento, per esplodere poi nel finale che è la ciliegiona sulla torta. Un intreccio creato con andirivieni temporali da copione cinematografico ci conduce attraverso le viuzze della dissacrazione di un fenomeno antropologico truce, ma ai momenti più scabrosi fanno da contrappunto svisate di autoironia. E questa altalena tra l’ironia e la crudezza è la maglia del racconto, essenziale, figurativo, sempre dritto al punto. L’assenza di qualsiasi giudizio morale rifugge il pericolo della retorica finto educational-channel. I personaggi stanno nel cliché attraverso cui sono disegnati, senza pagarne le conseguenze. All’interno degli stessi, gli attori sono credibili e capaci, ottenendo risultati eccelsi in più di un frangente. Ne vien fuori un fumetto noir in salsa nostrana, che ha il merito di dissacrare un fenomeno che ha la stazza d’un Polifemo, come? Con una tattica in stile malavita. Proprio come Agamennone, Dario de Luca fa una tipica “purtata” : prima solletica la ndrangheta, inorgogliendola e vestendola degli abiti dei miti greci, poi, la acciuffa con la rete a maglie del teatro e la dissacra evidenziandone il tormento estremo nel quale è costretta a vivere. In sottofondo il lamento di una terra che era meta ambita di quegli eroi epici ed oggi è la casa di questi antieroi smarriti e dolenti, il cui tormento sublima nel gesto estremo d’un Aiace di Calabria che s’uccide, uccidendo con sè la ndrangheta tutta. É il teatro, è il teatro, baby…

Silvio Stellato

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U Tingiutu al Teatro dell’Acquario di Cosenza

13, 14, 15 gennaio 2011 ore 21.00

U Tingiutu. Un Aiace di Calabria
ideazione, testo e regia
Dario De Luca
con
Dario De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani
musiche originali
Gianfranco De Franco, Gennaro de Rosa
assistenza alla regia
Isabella Di Rosa
scene, costumi e oggetti di scena
Rita Zangari
fantocci
Teatro delle Rane
direzione tecnica e audio
Gennaro Dolce
luci
Gaetano Bonofiglio
foto di scena
Angelo Maggio
organizzazione e distribuzione
Settimio Pisano
produzione
Scena Verticale col sostegno di Calabria Palcoscenico. Regione Calabria

Un clan dell’Onorata Società calabrese, alla morte del boss Achille, giudica Ulisse e non Aiace l’affiliato più valoroso e gli attribuisce il potere del capobastone morto. Aiace, offeso nel suo onore, progetta di sterminare i sui giudici e di torturare il rivale. Durante la tortura Aiace dà sfogo alla propria rabbia e al proprio dolore; sa che da quel momento in poi è diventato nu tingiutu, per gli uomini della cosca uno tinto col carbone, designato a morire, condannato per lo “sgarro” fatto. Per tutti, anche per se stesso, è un cadavere che cammina. In una agenzia di pompe funebri, quartier generale della cosca e funesto scenario di soprusi e gerarchie crudeli, si svolge tutta l’azione.
Ho provato a raccontare la mia Mala Calabria usando gli eroi greci. La tragedia antica mi ha offerto la “vista” per spiegare e interpretare facce, affari, ambizioni, destini e pance di questi malacarne che hanno trovato fortuna e identità nell’altra legge. Senza redimerli naturalmente, ma portando anche alla luce come un certo retroterra possa indirizzare delle scelte non lecite. Perché la maledizione in Calabria si chiama “contiguità”. Quella cosa terribile che costringe onesti e disonesti, mafiosi e non mafiosi a vivere fianco a fianco, a respirare la stessa aria, a frequentare gli stessi luoghi. E questa ignara mancanza di libero arbitrio pone drammaticamente l’attenzione sull’importanza di una educazione anti-mafiosa. Vivendo in questa terra dalle mille contraddizioni, questi dubbi, personali, enormi, sconvenienti, tengono viva la riflessione sul nostro operato quotidiano. Naturalmente mi sono interrogato sulla lingua da usare in una tragedia oggi, e sono arrivato ad un linguaggio, una parlata viva, misteriosa e dialettale. Una parlata fatta di allusioni, di espressioni gergali, di detto e non detto, di segni e occhiate che inaspettatamente, i miei attori ed io, ci siamo ritrovati dentro di noi. Forse per quella solita, maledetta “contiguità”.

photo by Angelo Maggio

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poesia istantanea del 21. 12. 2010

Lotta al Comune!
T’immagini un teatrante che lotta?
Una rivoluzione culturale!
T’immagini il teatro pieno di attori che provano?
Lotta senza quartiere nei vicoli popolari
Nel retropalco di una città meridionale!
Lotta teatrale federale
Associazioni e compagnie e singolarità
Lotta spettacolare intestinale paranormale
Ma ti para normale?
Quello che ci dobbiamo inventare?
Per niente plurale tutto molto amicale
Conosco un assessore conosco un sindaco
Conosco la nipote del consigliere
Ma non conosco l’arte di agire
Allora non sono un attore?
Sono uno spettatore?
Sono un essere sospeso
Sorpreso dal mio stesso procrastinare
Lotta comunale
Lotta provinciale
Lotta regionale
Lotta nazionale


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U Tingiutu – presto a Cosenza!


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in attesa del video…

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