Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

Recensioni


E ti sembra niente il mare?

di Teresa Caligiure*

articolo pubblicato su Calabria Ora del 13 luglio 2010, pag. 3.

A Calabria è morta è il primo testo drammaturgico che Ernesto Orrico, noto e apprezzato attore e regista cosentino, ha deciso di pubblicare. Il testo, accompagnato da video e musiche, è stato portato sulla scena nel 2009 in diversi teatri calabresi. Unico interprete Orrico, con la regia dello stesso A. e di Manolo Muoio, con riprese e video di Gianluca Bozzo, Costantino Sammarra ed Elisa Ianni Palarchio.

Il libro, edito dalla casa editrice Round Robin, con prefazione di Daniele Gambarara e postfazione di Lucia Grillo, fa parte della collana Corsari. Nella collana, evidente richiamo all’audacia e all’onestà intellettuale di Pasolini, ben s’inserisce il testo di Orrico, che ha scelto provocatoriamente un titolo iperbolico e coraggioso, poiché la Calabria è «un posto pericoloso da spiegare» (p.14). Il testo ha inizio con una favola triste: «C’era una volta una terra disgraziata / il problema è che c’è ancora […]. C’era una volta e purtroppo c’è ancora / una somma di vicoli e rivoli e grotte infinite / un insieme di strade cattive interrotte e bellissime […].C’era una volta / un problema da risolvere un porto da costruire / una fabbrica da aprire un consorzio da creare / un progetto da inseguire un finanziamento da coprire / un depuratore da depurare / c’era una volta un processo da insabbiare / c’era una volta piazza Fontana » (pp. 13-14;17). Nel suo scritto, attraverso una lucida analisi dell’attuale situazione calabrese, Orrico tocca sapientemente i problemi che affliggono la regione e l’Italia tutta, in primis: la corruzione, la disoccupazione e l’inquinamento. Il testo teatrale è un monologo a cui dà voce e corpo l’A. che nei suoi versi, mediante anafore, allitterazioni, giochi linguistici e omissione di segni di interpunzione, per un recitato sostenuto e dinamico, denuncia la mafia in tutte le sue manifestazioni, in una terra in cui chi comanda non affronta i problemi, ma offre distrazioni e contentini. L’A. delinea ironicamente le tante figure di lavoratori, presunti o aspiranti tali, ed emigranti: dagli operai cassintegrati, ai precari che lavorano al Nord a spese dei familiari del Sud, a coloro che decidono rimanere («sono contento sono professore anche se non raggiungo la cattedra piena anche se sono professore ad ore… ma son contento anche se durerà poche ore…», pp. 24-25), ai tantissimi neo-laureati che aspettano l’occasione giusta, tanto «prima o poi diventa sottosegretario il cognato della zia di mia madre» (p. 24). Rimanere, per sopravvivere, in una terra in cui le denunce sono simili al grido di un profeta nel deserto è un pericolo, si rischia di perdere la propria voce, di smarrire il desiderio di migliorare e di essere soppressi dalla violenza. Il velleitario sogno americano, evocato mediante le note della chitarra di Jimi Hendrix, di una regione che potrebbe «vivere tranquillamente con il turismo» (p.23), cozza con la triste abitudine calabrese al servilismo, sottolinea Orrico: «senza padrini da baciare come posso stare […] /senza logge da onorare come posso stare/ […] senza mani da lustrare come posso stare /calabrese reticente […]» (p. 27). Ma l’omertà e la cautela del calabrese sono dovute alla mancanza di punti di riferimento, in una regione dove domina il disorientamento, fomentato dalle false promesse dei politici

Emerge, dunque, il netto contrasto tra la bellezza naturale e paesaggistica di una terra potenzialmente ricca e fiorente, l’antica Magna Grecia, e l’amara realtà in cui essa stenta a resistere, uccisa dall’inquinamento di navi fantasma, da smottamenti e allagamenti. La Calabria non ha più niente, ma come direbbe Modugno nella bellissima canzone: «Non ho niente e ti sembra niente il mare? Ti sembra niente il sole! E’ meraviglioso…»

Orrico, con ironia e sarcasmo, denuncia la situazione di una regione massacrata, ma al tempo stesso, mediante un appassionante appello all’Europa, auspica che la condizione della Calabria non venga dimenticata e chiude l’opera con un’esortazione ai calabresi a non essere emigranti, ma dissidenti per creare un nuovo destino mediante il coraggio della comunicazione.

*(Dottoranda di ricerca presso il Dipartimento di Filologia dell’Università degli studi della Calabria)

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Aiace, una storia d’onore calabrese

di Graziano Graziani

articolo pubblicato su Carta n° 23 del 2009

La compagnia Scena Verticale torna a parlare di sud con uno spettacolo scritto e diretto da Dario De Luca, ma questa volta attorno ai temi della malavita calabrese. «U Tingiutu» per la ’Ndrangheta è una persona tinta col carbone, segnata, perché destinata a morire. Come il protagonista di questa storia che riscrive il dramma classico di Aiace nella cornice di una vicenda di mafia, conservando i nomi dell’epopea omerica. La ribellione di Aiace alla decisione di Agamennone di preferirgli Ulisse, allora, diventa la cornice in cui si muovono facce del sud, con le loro voci e le loro gestualità intrappolate nella cultura mafiosa, che le sovrasta carica di quell’imprescindibilità che aveva il fato per gli achei. A testimoniare, come afferma De Luca, che la contiguità tra chi vive in un contesto mafioso e chi lo rifiuta può pesare come un macigno, come una predestinazione.
E non a caso tutta la scena di «U Tingiutu» – testo finalista al Premio Riccione di quest’anno – si svolge dietro una fila di veneziane abbassate, che in parte nasconde ciò che avviene. È una storia vista e non vista quella di Aiace che sceglie il suicidio per mantenere l’onore e vendicarsi di Ulisse; è qualcosa che tutti sanno ma nessuno è riuscito a guardare. Una scelta fortemente evocativa, in grado di proiettare l’azione in una dimensione filmica che è in fondo il leitmotif della piéce, montata secondo logiche cinematografiche, a salti temporali, che strizza l’occhio ai film di Tarantino. Ed è qui il rovescio della medaglia, nello stile dei mafiosi di provincia che ricorda i film di Al Pacino, dove però si innesta perfettamente il dialetto calabrese, il kitsch sguaiato che si commuove per le canzoni di Pupo e si offende per i doppi sensi del testo di Malgioglio, l’ironia pesante della provincia. Come a dire che anche loro, gli uomini d’onore che non si fanno comandare da nessuno, hanno in realtà un destino cucito addosso, una maschera di cui non possono fare a meno. In definitiva, una serie di scelte obbligate.
I linguaggi del cinema trapiantati in teatro rischiano di essere un’arma spuntata, dal retrogusto posticcio, un diversivo estetico. Ma la scelta di De Luca è di tutt’altro spessore; al centro di «U Tingiutu» c’è la tragedia, nell’accezione più classica, e i riferimenti al montaggio non fanno altro che esaltarne in chiave moderna l’ineluttabilità. Complice anche la recitazione di Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori e Marco Silani, che con De Luca dividono la scena.

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CADAVERI E FANTOCCI

articolo di Renato Gabrielli

pubblicato su http://www.renatogabrielli.it/

Lo spettacolo di una morte spogliata di qualunque sacralità o aura tragica è al centro diU Tingiutu. Un Aiace di Calabria, in scena al Teatro ì di Milano fino al 30 gennaio. La compagnia calabrese Scena Verticale riesce ad evocare la violenza di un conflitto all’interno di una cosca criminale dei nostri giorni, operando un doppio spostamento: accosta a quella dell’Aiace sofocleo la parabola di un boss tingiutu, “segnato” a morte sicura per la propria insubordinazione; e cita, nel montaggio drammaturgico e nella caratterizzazione dei personaggi, uno stile da gangster movie. Assieme all’uso efficace di un dialetto che alterna felicemente un registro poetico a un altro più quotidiano e degradato, questi due accorgimenti consentono all’autore e regista Dario De Luca di creare una tensione fredda, straniante, in cui non c’è spazio per alcuna empatia del pubblico nei confronti dei criminali protagonisti della vicenda. La violenza è stilizzata, raggelante. Il parallelismo con la tragedia greca marca soprattutto una distanza incolmabile: non c’è nulla dell’antico ethos eroico nell’”onore” di cui parlano questi Aiace, Ulisse, Teucro, Agamennone, Menelao – i cui nomi stessi risuonano incongrui nel flusso della parlata dialettale. L’insulto al cadavere, tabù che in Sofocle si tenta invano di infrangere a fine tragedia, qui è il punto di partenza. L’intera azione si svolge in un negozio di onoranze funebri, dove, nella potente scena d’apertura, quattro necrofori si danno a un macabro cazzeggio intorno al corpo di Aiace. Nel mondo descritto da Scena Verticale (il nostro), la morte può diventare impunemente oggetto di un disprezzo sadico; dopo essere caduti in una sparatoria, i corpi degli attori risultano così intercambiabili con dei fantocci. Non c’è moralismo, ma una messa in questione del nostro sguardo assuefatto alla violenza, in questo lavoro che deve la sua riuscita anche alla recitazione asciutta, e davvero ammirevole nelle scene d’insieme, dei suoi cinque affiatati interpreti. Da segnalare infine il libretto, pubblicato dall’editore Abramo, che contiene oltre al testo un prezioso saggio introduttivo di Gerardo Guccini.

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Al teatro Palladium un Aiace di Calabria

articolo di Chiara Merlo

pubblicato su Italia Sera del 10 marzo 2010

L’Aiace di Sofocle messo in scena come speranza, seppure non apparente. Forse perché inorridire è sperare. Agghiacciante fotografia del reale che sfrutta le luci meste e quiete del crepuscolo. Una simbologia di scena spietata e fredda: le veneziane abbassate come fessure prospettiche sulla scena del crimine, dove più e più volte vengono ripetute le uccisioni barbare, gli scannamenti senza brividi, in sequenza, a strisce, a fettine dentro ai tuoi occhi. Obitorio. Feritoie dietro le quali nascondersi, ma non del tutto…davanti, attoniti spettatori.
Una distanza subdolamente fittizia. Un noir crudele, nel linguaggio stretto del dialetto calabrese. La Calabria… una terra fatta di sangue e morte fin dal tempo degli Achei. Sovrapposizione linguistica esplicativa.
Una sorta di ritualismo scenico fatto di evocazioni tragiche e melanconiche. Sacrifici mitici. Una sorta di spiegazione antropologica e deterministica del calabrese nato: mafioso. ‘Ndrangheta nelle vene.
Gregari come guerrieri aspettano di vendicarsi per chi è il più forte. Fin da prima di Cristo. Capi “mandria” senza vergogna fin da allora rotolano appagati eccitan dosi nel loro esistenziale e sempre più profondo abrutimento. Degenerazioni assolute il nascere e il morire.
Rocche del male, rifugio di inquietudine, le montagne affacciate sul mare. Mare dove tenere distanti i nemici e dove affogare gente e bestie. La stanza buia e gelida di una piccola impresa di onoranze funebri come metafora della famiglia, dove respirare i propri sogni di accecato potere, dove cristallizzare la fine inutile dei propri giorni. Una piccola bara bianca aperta dove nascondere la droga, l’esempio macabro, l’allusione esplicita alle tragiche conseguenze dell’onore, di quella “società della vergogna” cui Sofocle si riferisce proprio distinguendo gli eroi dai morti. I Tingiuti, tinti, macchiati di morte, puzzano di putrido mentre si aggirano imprudenti, accecati dal sole, fra le bestie affamate e violente, come sono i porci ed i tori…faranno scempio delle loro carni ancor prima del loro ultimo respiro. Mentre a decomporsi ha già cominciato l’anima.
Una regia clinica, senza concessioni allo spasmo, una vivisezione precisa dove ogni taglio deve essere netto, perciò drammaticamente senza dolore. Il testo è complesso, fatto di rimandi e sovrapposizioni simboliche. Un testo antico trascritto in dialetto primitivo. E per questo, finanche più esauriente.
Gli attori sono eccezionali, caratterizzati al meglio,morti e fantocci compresi. Una dinamica serrata che non lascia brutalizzati senza avvertimento. E di colpo scaraventa- spazio a obiezioni. Veniamo letteralmente brutalizzati senza avvertimento. E di colpo scaraventati dentro a quelle bare aperte che, seppure ancora senza coperchio, di più sono opprimenti. Assolutamente di pregio l’opera drammaturgica di Dario De Luca, nella misura in cui si fa feroce ed aberrante.

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U Tingiutu. Un Aiace di Calabria

articolo di Simona Nebbia

pubblicato su www.teatroecritica.net

Aiace. Il nome dell’eroe. Per le rive dell’impero acheo il suo viaggio, simbolo di un destino che si fa sull’uomo, sul suo divenire e infine, morire. Aiace è paradigma della resistenza asfittica e pur necessaria dell’uomo al destino. Prima di lui le armi di Achille, passate alle spalle di Ulisse, il trasformista e più adatto al mutare degli eventi. Per Aiace no, gli eventi non mutano. Non muta egli stesso. Dario De Luca di Scena Verticale porta Aiace nella sua terra, nel sud dove il potere delle Parche che governano i destini ben si specchia nel potere criminale, familiare, inaccessibile. Il suo ‘U Tingiutu. Aiace di Calabria è uno spettacolo straordinario che sa dire, di questa terra, i mali e la sorte. Il rapporto del sud con la morte ha legami forti con la tragedia sofoclea: l’inarrestabile che vi sottace, l’umanità sopita dietro la ripetizione dell’ingranaggio, dietro la meccanicità dell’azione, tutto questo sconfigge Aiace: la sua indipendenza da un sodalizio basato sui legami, sul concetto di banda, di clan, sulla droga che corrompe, esplicitamente consumata sul marmo dei cadaveri, non può avere alcuna rilevanza. Aiace è fin dal principio ‘u tingiutu, l’uomo morto che cammina.

Uno degli elementi più forti è la coralità linguistica che fa da sponda a una drammaturgia asciutta, lineare, che non esce mai dagli argini protettivi ma, proprio grazie alla solidità linguistica, non difetta mai di attrazione. Il coro di una lingua che è musica – dato che ho più volte evidenziato nel caso di questo gruppo calabrese – è un rito nel rito della morte, un doppio filo che aumenta la percezione della fatalità. L’asettica estraneità mentale dell’azione è la chiave di questo spettacolo: la morte in primo piano, sullo sfondo la confusione degli uomini, distratti dal loro incontenibile declino. L’evoluzione di questo naufragio è come un percorso a ritroso, dal letto freddo di un’anticamera mortuaria, fino a ricostruire la sequenzialità inappellabile della morte.

Decisamente rilevante per la coralità è anche la forma di attori straordinari – oltre a De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani – e l’uso della luce e delle musiche, così come del velo-sipario, in funzione di atmosfere tese e mai vacillanti.

La prima parte dello spettacolo è in luce, la seconda è velata perché chiara è la morte, oscuri i percorsi che vi conducono. La struttura è di una precisione secca e coerente alla tragedia; l’inizio illude: tre quadri iniziali, in mezzo la morte adulta, a sinistra la morte infantile, a destra gli strumenti con cui si affrontano entrambe, nella frivolezza di un alberello di natale dorato e una radio che trasmette canzonette popolari. Poi tutto muta e si fa prologo, gli eventi spingono dentro la vita di una famiglia criminale: ecco allora il nodo drammaturgico più forte, il passaggio di stato è percepito come inevitabile, legato a una deriva: è qui che la tragedia mostra la sua asciutta specularità al testo sofocleo, la sua dipendenza da sé stessa, giro vuoto di altre esperienze, che ne riconosce una soltanto, per sé vitale, e insieme mortale.

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