Ernesto Orrico

Attore, regista e autore teatrale

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Ernesto Orrico // the Fragment Tour

ottobre/novembre/dicembre 2012
Ernesto Orrico // the Fragment Tour
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sabato 6 ottobre – Ariano Irpino, castello Normanno
Teatro della Ginestra
Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi
di Vincenza Costantino
con Dante de Rose, Manolo Muoio, Ernesto Orrico
regia di Ernesto Orrico

Jennu brigannu

sabato 20 ottobre – Bari, teatro Kismet
Scena Verticale
U Tingiutu. Un Aiace di Calabria
testo e regia di Dario De Luca
con Dario De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani

U Tingiutu

domenica 28 ottobre – San Fili, teatro Gambaro
Zahir
The Lack of Work Kills. A Speaking and Looping Session.
di e con Ernesto Orrico e Marco Orrico

The Lack of Work Kills

martedì 20 novembre – Rende, PTU Unical
sabato 1 e domenica 2 dicembre – Reggio Calabria, Spazio Teatro
Zahir
#neoeroina
testo e regia di Ernesto Orrico
con Maria Marino

#neoeroina

Postato ottobre 1st, 2012.

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Speaking and Looping

con Ernesto Orrico / voce
e Marco Orrico / chitarra

Un concerto concentrato, un combattimento di posizioni acustiche, un giro di suoni e parole.

Ernesto Orrico e Marco Orrico


Postato agosto 20th, 2012.

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Appunti per spettacoli che non si faranno

è uscito il mio nuovo libro di poesie. Edizioni Coessenza.

illustrazione di Raffaele Cimino

www.coessenza.org

Postato maggio 23rd, 2012.

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Articolo pubblicato sul Corriere della Calabria

Corriere della Calabria, n° 31 del 19/01/2012, p. 63

Postato gennaio 15th, 2012.

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SUL MODO DI ESSERE LIBERI. Studio teatrale

martedì 15 novembre 2011 ore 21.00 PTU Piccolo Teatro Unical // ingresso gratuito
Università della Calabria
nel programma de LA PAROLA REINCARNATA

Sul modo di essere liberi
studio teatrale
liberamente ispirato e dedicato alla poesia di Franco Costabile

drammaturgia della scena: Ernesto Orrico
con
Emilia Brandi e Ernesto Orrico

una produzione ass. cult. Zahir

Franco Costabile è stato uno dei più rappresentativi poeti meridionali del Novecento italiano, nato a Sambiase nel 1924, muore suicida a Roma nel 1965.
Nella sua poesia si avverte l’amore profondo per la Calabria, sua terra di origine, e allo stesso tempo si avvera la concreta maledizione dell’impossibilità di viverci. Con i suoi brevi e fulminanti componimenti, Costabile è riuscito ad evocare e tratteggiare in maniera esemplare la povertà atavica e il rapporto delle classi subalterne con il potere costituito e l’emigrazione come unica forma di riscatto.
Sul modo di essere liberi è un percorso teatrale attraverso il quale conoscere un poeta che ha saputo cantare con forza dirompente e dolente il sentimento dell’uomo contemporaneo, dilaniato fra istanza civile e desideri di un mondo perduto.
Con l’attualizzazione in voce di pezzi, frammenti e stralci della sua poesia – già ermetica e minimale – si attiva la costruzione di un macchinario teatrale capace di rianimare una biografia apocrifa della Calabria del Novecento.

by Tycho Creative Studio

Postato novembre 7th, 2011.

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prossimi appuntamenti in giro per l’Italia


Roma
Goethe Institute
La responsabilità degli eroi: combattere la mafia”

martedì 10 maggio ore 20.30
Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi
con Ernesto Orrico

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Cosenza
Franz Teatro – rassegna teatrale

venerdì 20 maggio ore 21.00
‘A Calabria è morta
di e con Ernesto Orrico

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Palermo
PRESENTE FUTURO 2011 – Teatro Libero
Giovani Compagnie italiane di Teatro e Danza

domenica 29 maggio ore 21.15
RASKÒLNIKOV. Racconto di un delirio
Carro di Tespi/Reggio Calabria
regia di Ernesto Orrico e Valerio Strati
con Valerio Strati e Maria Marino

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Santa Cristina di Gubbio (PG)
UT II° Festival di Musica e Parola della Libera Università di Alcatraz

sabato 4 giugno ore 21.00
La dolcezza del mandorlo
di Ettore Castagna
con Ernesto Orrico (voce)
e Ettore Castagna (musiche dal vivo)

Postato maggio 6th, 2011.

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da dove comincia questa fantomatica storia?

Postato marzo 16th, 2011.

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Sovrapposizioni Kantoriane

sovrapposizioni kantoriane by ernestoorrico

Postato marzo 7th, 2011.

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Volano gli stracci

volano gli stracci

Postato febbraio 15th, 2011.

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intervento di Silvio Stellato sullo spettacolo U Tingiutu

Ce ne sono di Aiace, di Agamennone, di Teucro, nei ranghi di casermoni asserragliati sul promontorio di Serra Spiga. Ce ne sono lungo il filo d’acqua sporca del Crati presso l’antichissima, quasi quanto gli Atridi, via Popilia. Ce ne sono nei quartierini piano rialzato di Torre Alta. Ce ne sono nelle agenzie di pompe funebri del Casertano, nelle fumose sale da biliardo di San giorgio a Cremano a Napoli, nei privè dei bar d’angolo sul lungo mare di Reggio di Calabria.
Ce ne sono per tutto il meridione, di Menelao, di Ulisse, di Achille beccati nel tallone. Anche se non sempre riconoscibili dal dettaglio clichè quale il grosso anello all’anulare o l’unghia lunga al mignolo o la capizza che fa capolino da quel cespuglio di pilu incorniciato nel collo di camicia sbottonata. A volte potresti scambiarli per impiegati, a volte per forestali, ma ce ne sono.
E se sei nato a queste latitudini mediterranee e magari t’azzardi pure, per caso o per necessità, a frequentare la strada, li conosci e riconosci, li rispetti e li temi e, inevitabilmente quasi, fino alla soglia dell’età adulta, li ammiri pure. Loro si che hanno le palle.
E questo è l’incipit vero de U Tingiutu che Scena verticale mette in scena ormai da venticinque repliche nei teatri dell’Italietta nostra, che di cotanti Aiace ed Agamennone è mamma col diritto di brevetto.
Tutto nasce quando fiorisce in Aiace nostro quel fior d’ammirazione per i “granni ca si vasanu”.
Questo è il punto della genesi d’ogni ndrangheta, mafia e camorra, fuor di buonismi e aspirazioni finto educational-channel.
Questo è il momento in cui l’Aiace ragazzino, nella realtà e nello spettacolo di Dario De Luca, realizza quello che vorrà fare da grande. Non il calciatore o l’astronauta, no, macché…roba da femminucce. Lui da grande vuole fare il boss.
E da questa verità che nasce il racconto di vita dei tanti Menelao de noartri, siciliani, calabresi o campani che siano. E da questa verità prende l’abbrivio, pure, il seme del male che germoglia nel cuore del protagonista de U Tingiutu, ubriaco d’infanzia, di fronte ad un’alfetta crivellata, abitata da un morto la cui erezione, spiega meglio d’ogni altro particolare, quanto crudo è ammazzare e morire ammazzati. “È normale, si è normale, quannu muari ammazzatu ca ti vena l’arrittazzuni”
Ma l’erezione di un cadavere non basta ai ragazzi di Cosenza, di Castrovillari, di Reggio, di Vibo, di Locri, di Gioia Tauro. Quella erezione non basta a dissuadere, se intorno a quella scena grottesco-sanguinolenta c’è un mondo di adulti che propaganda con fatti e parole quanto comandare sia meglio che fottere. E sebbene i giovani della vita vera non avranno una festa per la loro prima rapina, come accade all’Aiace del palcoscenico, il senso resta immutato. ‘A malavita, nelle città del meridione d’Italietta, è una cosa così reale che ne senti profumo e sapore appena cominci a uscire di casa, e l’ammiri si, l’ammiri quando sei ragazzino, perché di quegli eroi greci che impari a conoscere a scuola, “a gente dù giru” ha potenza e coraggio e onore e parola d’onore. Così si dice almeno.
E se poi invece capita che tu l’abbia già in casa, che la tua famiglia è appunto, malavitosa, allora è come nascere figlio di notaio. La strada verso un futuro assicurato è segnata. 
È questo il caso degli Atridi (M. Silani E. Orrico), dell’Aiace (De Luca) del Ulisse (F. Pellicori) e del Teucro (R. Mastrota) da palcoscenico de “u tingiutu”.  
Famiglie di malavita appunto. Soldati che conservano dei loro antenati epici, il senso dell’onore, del coraggio, della famiglia. E in questo pure, realtà e palcoscenico coincidono.
Il racconto epico si adatta come un trasferello alla realtà dei giorni nostri e Aiace, che nel mito si adira per non avere riconosciuto l’onore di ricevere le armi di Achille dopo la sua morte, nella Calabria di ndrangheta, si offende per questioni di onore sempre, ma inerenti a cummannare. E mentre lì viene allucinato da Atena, dea che parteggia per gli Atridi, qui viene obnubilato dalla cocaina, Dea dei giorni nostri che rende ricchi e pure folli. E gli Atridi che lì meditano vendetta, qui pure e ritrovandosi di fronte ad un suicida non possono che prendersela con la salma, rifiutandone la sepoltura. Nel finale invece, la storia cambia. Sofocle, nella sua tragedia, ci racconta di un Odisseo comprensivo che concede al coraggioso Teucro di seppellire il cadavere, ne U Tingiutu invece, Agamennone, in classico stile malavita, fa al suo determinato avversario Teucro quella che nel gergo criminale si chiama ‘a purtata: gli fa credere d’essere comprensivo e accettare la sepoltura e invece poco dopo fa una strage reimpossessandosi del cadavere per farlo sparire.
Questo finale contiene la rottura del parallelismo tra gli eroi epici e gli antieroi ‘ndranghetisti, come se quel senso dell’onore che resta intatto e sublima negli uni, venga invece tradito e mortificato negli altri, i quali non possono a giusto diritto, fregiarsi dei nobili tratti caratteriali dei primi.
Ed è questo l’effetto dell’impasto drammaturgico dello spettacolo: dissacrata e scarnificata, la ndrangheta ci appare per quella che è nel suo aspetto più interiore. Storia di uomini smarriti in un gigante d’apparenza. Rapinatori che rimpiangono un pigiama mancato. Eppure feroci. Capaci di sciogliere nell’acido bambini. Un contraddirsi di contraddizioni, una vita tutta pistola e santini, codificata per resistere in una immagine spessa come una corteccia.
Un tormento. Questo esprime Aiace nei suoi monologhi, Ulisse nei suoi gemiti, Teucro nella sua furia cieca. E Agamennone, l’unico che non balbetta, che cummanna senza indugiare, dritto nelle spalle, è lui la ‘ndrangheta, il suo busto eretto e quadrato, fiero e bello fuori come un eroe greco, contiene invece ben nascosto, viscere e serpenti, tutto il tormento di una vita che non vale la pena di fare. U Tingiutu tutto questo ce lo racconta e ce lo fa capire senza le urla della cronaca nera o gli eccessivi giri di parole dell’opinionismo d’assalto. È il teatro baby.
E U Tingiutu è teatro che inebria e ubriaca, sussurrando una storia millenaria che si ripete in ogni tempo e in ogni luogo costruendo giorno dopo giorno l’infinito cammino dell’umanità.
U Tingiutu è uno spettacolo di spessore, doppio come un cheesburgher e saporito come un panino con la soppressata, che ha nella struttura drammaturgica e nel disegno scenografico i punti di eccellenza. La grammatica del teatro è presente in scena dal primo all’ultimo minuto tanto da sollecitare più volte le curiosità espresse sottovoce degli spettatori alle prime armi.
Il ritmo parte lento come “la vava di una maruzza” e cresce, trovando picchi di pathos solidi e ubriacanti, nello svolgimento, per esplodere poi nel finale che è la ciliegiona sulla torta. Un intreccio creato con andirivieni temporali da copione cinematografico ci conduce attraverso le viuzze della dissacrazione di un fenomeno antropologico truce, ma ai momenti più scabrosi fanno da contrappunto svisate di autoironia. E questa altalena tra l’ironia e la crudezza è la maglia del racconto, essenziale, figurativo, sempre dritto al punto. L’assenza di qualsiasi giudizio morale rifugge il pericolo della retorica finto educational-channel. I personaggi stanno nel cliché attraverso cui sono disegnati, senza pagarne le conseguenze. All’interno degli stessi, gli attori sono credibili e capaci, ottenendo risultati eccelsi in più di un frangente. Ne vien fuori un fumetto noir in salsa nostrana, che ha il merito di dissacrare un fenomeno che ha la stazza d’un Polifemo, come? Con una tattica in stile malavita. Proprio come Agamennone, Dario de Luca fa una tipica “purtata” : prima solletica la ndrangheta, inorgogliendola e vestendola degli abiti dei miti greci, poi, la acciuffa con la rete a maglie del teatro e la dissacra evidenziandone il tormento estremo nel quale è costretta a vivere. In sottofondo il lamento di una terra che era meta ambita di quegli eroi epici ed oggi è la casa di questi antieroi smarriti e dolenti, il cui tormento sublima nel gesto estremo d’un Aiace di Calabria che s’uccide, uccidendo con sè la ndrangheta tutta. É il teatro, è il teatro, baby…

Silvio Stellato

Postato gennaio 22nd, 2011.

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